giovedì 31 marzo 2011

Salvare la Costa d'Avorio. Finalmente si muovono Francia e Usa















Il Comitato per la pace in Costa d'Avorio sta raccogliendo fondi e cercando di sensibilizzare gli organismi internazionali affinché cessi la guerra civile nel Paese. Chi vuole partecipare può farsi avanti scrivendo a questo sito e versando liberamente sul conto corrente postale 40843039 (iban it10m0760103200000040843039), intestato a Brindisi Antonio, causale 'Comitato per la pace in Costa d'Avorio'. Possiamo anche fare da tramite per inviare somme di denaro, per avere o tenere contatti e per darvi informazioni su quello che sta realmente succedendo.


"Sparano come pazzi. Anche col cannone. Tremano le pareti. Lo hanno fatto per tutta la notte. Sono chiuso in casa, non ho coraggio di affacciarmi alla finestra. Anche adesso, non accennano a fermarsi un attimo. Hanno attaccato la sede della televisione e stanno facendo la stessa cosa al palazzo presidenziale di Gbabo. Ma io resto chiuso in casa..." E' la testimonianza di Salvatore Zarlengo, un operatore commerciale italiano, da anni ad Abidjan per lavoro, che ha contattato Repubblica.it per dare la sua testimonianza diretta su quanto sta accadendo in Costa d'Avorio. Un'altra testimonianza. "Sono arrivati stanotte, verso l'una e mezza. Le cannonate hanno fatto vibrare i palazzi. Ci siamo svegliati di soprassalto. Poi hanno continuato con le mitraglie". E' invece il racconto di padre Dario Dozio, provinciale della società Missioni Africane, alla 'Misna 1'. "Lo avevano annunciato e ci sono riusciti - prosegue il religioso- Pare che l'attacco sia partito dai quartieri di Cocody e Plateau, dove c'è la residenza di Gbagbo e il palazzo presidenziale. Il nostro quartiere (Abobo Doumè - Yopougon) è ancora nelle mani dei patrioti e di miliziani non bene identificati", aggiunge il missionario. "Tutt'intorno - continua padre Dozio- si vedono miliziani armati, ma che non sembrano appartenere nè all'uno nè all'altro schieramento". La brutalità delle uccisioni. Intanto, almeno 800 persone sono state uccise in un unico quartiere della cittadina di Duekoue, a circa 150 chilometri dal confine con la Liberia. Lo ha denunciato il Comitato internazionale della Croce Rossa. Una delegazione della quale ha visitato la città per raccogliere elementi su gli scontri che sembra siano stati ferocissimi e che siano stati alimentati da contrasti interetnici. ''Questo incidente è particolarmente scioccante per le sue dimensioni - ha riferito un rappresentante della Croce Rossa - per la brutalità degli assassini''.Combattimenti furiosi. Sono notizie che non fanno che confermare tutte le altre in arrivo da diverse fonti di informazione. Tutte parlano di "furiosi combattimenti", tra i gruppi armati che fanno capo al presidente uscente, Laurent Gbagbo - accusato dal suo antagonista, Alassane Ouattara e dalla comunità internazionale di aver manipolato a suo favore l'esito delle elezioni del novembre scorso - e la fazione fedele a quello che viene invece indicato come il reale vincitore della competizione elettorale. Ouattara, appunto. Negli ultimi due giorni, le cosiddette Forze repubblicane, fedeli al presidente considerato vincente sono arrivate nel Sud del Paese, conquistando il porto di San pedro, il più importante porto del mondo per l'esportazione del cacao e punto nevralgico dell'economia della Costa d'Avorio. Nel mirino dei "Cecos". Gli scontri attualmente sono in corso a Cocody, quartiere residenziale nella parte nord di Abidjan, dove si trova la residenza ufficiale di Laurent Gbagbo: le forze fedeli al suo avversario, dopo aver conquistato anche la sede della televisione di Stato hanno lanciato l'assalto alla roccaforte di Gbagbo, difesa dalle unità di élite della Guardia Repubblicana e dei commando chiamati 'Cecos'. "La residenza di Gbagbo è sotto attacco", ha confermato Patrick Achi, portavoce del governo 'parallelo', nominato da Ouattara". Testimoni oculari hanno poi riferito che intorno al complesso "c'è un'intensa sparatoria, i punti di fuoco provengono da quattro o cinque direzioni diverse, e continua ad arrivare di continuo tanta gente armata". Aumentano a vista d'occhio. I miliziani di Ouattara sembrano aumentare di numero e in possesso di armi sempre più potenti, man mano che la battaglia aumenta d'intensità. Un appoggio di massa, insomma (sebbene non si capisce armato da chi) per appoggiare i gruppi armati sul teatro di quella che potrebbe essere la battaglia finale per il potere nel Paese dell'Africa occidentale, primo produttore mondiale di cacao. C'è chi sostiene, tra gli abitanti della zona vicina alla residenza presidenziale, di aver visto cortei con due-tremila persone a piedi dirigersi verso la casa di Gbagbo, "seguite da decine di veicoli con i fari accesi". L'esodo biblico e pallottole vaganti. Gli scontri armati hanno provocato già molte vittime tra la popolazione civile. Le agenzie hanno dato conto della morte di una funzionaria dell'Onu di nazionalità svedese, uccisa da un proiettile vagante e di un professore di nazionalità francese ucciso nella sua camera di albergo a Yamoussoukro, città a nord ovest di Abidjan dove gli scontri sono stati particolarmente violenti. Il docente, secondo fonti d'informazione francesi, potrebbe essere stato colpito - anche lui - da una pallottola vagante. La guerra civile, intanto, ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa dalla capitale, sia verso i villaggi all'interno del Paese, ma anche verso Ovest, in direzione del confine con la Liberia e ad Est verso il Ghana. L'Unhcr ha calcolato che a fuggire non siano meno di un milione di persone. "Negli ultimi due giorni, le Forze repubblicane di Alassane Ouattara sono arrivate nel Sud, conquistando il porto di San Pedro, il più importante porto al mondo per l'esportazione del cacao e luogo nevralgico per l'economia nazionale ivoriana. I soccorsi della Caritas. "Qui, nella regione di Gran Gedeh - dice Mike Jurry, direttore di Caritas nel Sud Est della Liberia, uno dei paesi più coinvolti dall'esodo di civili in fuga dai combattimenti - forniamo assistenza a circa 30 mila persone, ma in tutto il paese, dall'inizio della crisi, ne sono arrivate almeno 120 mila. Cibo, acqua ma anche generi di prima necessità, per quanto possibile. All'inizio, tra i mesi di gennaio e febbraio - ha detto ancora Jurry - erano soprattutto donne e bambini ad arrivare, dopo qualche giorno di cammino. Ad attraversare la frontiera, oltre alle donne, sono anche gli uomini, spesso feriti da arma da fuoco". Solo la notte scorsa, 95 uomini si sono presentati presso le locali strutture della Caritas, cercando riparo, "ma temiamo - dice - che i profughi siano molto di più. Le persone che arrivano dai villaggi sono profondamente traumatizzate. Hanno subito delle violenze o si sono visti uccidere dei familiari sotto gli occhi"."Gbagbo ha le ore contate". "Non credo che Laurent Gbagbo sia capace di resistere più a lungo, con tutte le defezioni nei suoi ranghi. Ha un istinto suicida, s'impegna in una strada senza uscita ed è condannato ad essere cacciato". Lo ha dichiarato alla France Presse una portavoce di Ouattara. "Se vuole darsi alla macchia, sarà trattato come un fuggitivo" ha aggiunto, senza fornire dettagli sulla situazione attuale negli scontri. Intanto, fonti ufficiali della Farnesina ha dichiarato che "tutti gli italiani presenti nel Paese, qualche centinaio, sono in costante contatto con l'ambasciata italiana ad Abidjan". "Ouattara golpista fantoccio di Usa e francesi". "Il presidente Gbagbo non ha intenzione di abdicare o arrendersi ad un qualsiasi ribelle - ha dichiarato Alain - Si trova davanti a un colpo di Stato post-elettorale di Alassane Ouattara, che è sostenuto da una coalizione internazionale. Si parla di una guerra ivoriana, ma in realtà c'è un conflitto regionale - ha aggiunto - Ouattara ha l'appoggio di mercenari e soldati venuti dal Burkina Faso e anche dal Mali, dalla Nigeria..". A fianco di questo sostenitori africani, sempre secondo Alain, "c'è una coalizione internazionale guidata dalla Francia e dagli Stati Uniti, che portano equipaggiamento, intelligence e armi. Ouattara è stato presentato come un democratico, ma è un signore della guerra, come noi abbiamo sempre detto", ha aggiunto. L'inizio della crisi. Ha origine dalle elezioni del 28 novembre scorso. La vittoria elettorale di Alassane Ouattara, con il 54% dei voti, è stata proclamata il 2 dicembre 2010 dalla commissione elettorale. Ma il giorno successivo, il Consiglio Costituzionale ha invalidato il risultato in sette province, proclamando vincitore il presidente in carica, Laurent Gbagbo, che ha quindi deciso di rimanere al potere. La comunità internazionale ha però riconosciuto la vittoria di Ouattara, che si è inizialmente asserragliato nel Golf Hotel di Abidjan, protetto da 800 dei 10mila caschi blu dispiegati in Costa d'Avorio nell'ambito della missione di pace. Ouattara ha anche nominato primo ministro Guillame Soro, capo dell'ex gruppo ribelle Forze Nuove.Le continue intimazioni a Gbagbo. Sono quindi iniziate una serie di esortazioni, da parte dell'Unione africana, dall'Onu, dell'UE e dalla Francia (ex potenza coloniale) ed è stata avviata una mediazione, affidata a diversi presidenti africani, che hanno offerto a Gbagbo un'aministia in cambio della sua uscita di scena. Sia dalla Francia, che dagli Stati Uniti e l'Onu, sono giunti inviti perché Gbagbo si facesse da parte e l'Ue ha varato sanzioni nei suoi confronti. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha rinnovato di sei mesi il mandato della missione di pace, ignorando il fatto che Gbagbo avesse intimato ai caschi blu di lasciare il paese. Intimazione inutilmente rivolta anche ai 900 uomini della missione militare francese Licorne, che agisce in maniera distinta ma complementare alle forze di pace dell'Onu. Eppure ci furono 30 anni di stabilità. Il paese dell'Africa occidentale è stato un esempio di stabilità dopo i primi 30 anni di indipendenza, con la presidenza di Felix Houphouet-Boigny. La crisi ebbe inizio con il colpo di Stato che nel 1999 rovesciò il successore di Houphouet-Boigny, Henri Bediè. Si accesero così delle rivalità di tipo etnico, peraltro mai manifestatesi prima, tra una maggioranza musulmana al Nord e le comunità cristiane prevalenti nel Sud del paese. Gbagbo fu eletto nel 2000, dopo una consultazione elettorale dalla qu ale venne escluso Ouattara (ex primo ministro) per una sua presunta origine straniera. Gbagbo sopravvisse nel 2002 al colpo di Stato che portò alla guerra civile e alla divisione del paese. Nel 2007 un accordo di pace ha portato al governo i ribelli settentrionali di Guillame Soro, con i quali si è poi alleato Ouattara. Le elezioni presidenziali, svoltesi in due turni a ottobre e novembre, avrebbero dovuto completare il processo di pacificazione, sei rinvii dalla scadenza del mandato di Gbagbo nel 2005". (La Repubblica-2.4.2011)

Indignamoci e cacciamoli via

"Migliaia di immigrati stanno ancora a Lampedusa, nonostante le promesse del venditore di tappeti Berlusconi. Protestano loro, poveracci, che da giorni e giorni sono costretti a stare in un indecente lager e a vivere come nemmeno le bestie. E protestano gli abitanti che ormai non ce la fanno più. Tanto per cambiare, Berlusconi ha venduto tappeti pieni di buchi. Se anche ce l’avesse fatta a svuotare Lampedusa in due giorni, come aveva promesso, non sarebbe cambiato proprio niente, perché quello che il governo sta facendo è solo riempire una buca aprendone altre, spostando i problemi da una parte all’altra senza risolverli. A Manduria la situazione è già disperata come a Lampedusa. L’unica furbata che ha saputo escogitate il governo è chiudere tutti e due gli occhi e far uscire alla chetichella gli immigrati. Infatti già se ne sono andati già in duemila. Le Regioni, specie quelle del nord, rifiutano le tendopoli. A Torino i lavori per la costruzione del sito d’accoglienza sono stati sospesi. Il presidente della Lombardia Formigoni dice che lui è disposto ad accogliere solo i profughi, e siccome in tutta Lampedusa ce ne saranno sì e no una decina non è che si sta sprecando. Il governo non sa che pesci prendere. L’unica cosa che Berlusconi riesce a immaginarsi è quella di pagare il governo tunisino perché si riprenda i clandestini. Così l'esecutivo di Tunisi si tiene o soldi e i clandestini ripartono nuovamente per l'Italia. Siamo di fronte a un disastro da tutti i punti di vista e prima di tutto da quello umanitario, perché in quel braccio di mare continuano ad annegare donne, uomini e bambini. Ma non è stato un terremoto a creare questa situazione. Sono stati gli errori di un governo e di una maggioranza parlamentate troppo impegnati a proteggere Berlusconi per occuparsi d’altro. L’Italia non ha capito niente di quel che succedeva in Libia. Non ha saputo approntare centri di accoglienza pur sapendo da settimane e mesi quel che stava per succedere. Si è trovata senza un posto libero nei Cei per colpa di una legge disumana e controproducente, fatta solo per propaganda, come la Bossi-Fini. E’ paralizzato perché deve fare i conti con una maggioranza che è unita solo quando si tratta di difendere Berlusconi o di accaparrarsi le poltrone. In tutto questo disastro Berlusconi, invece di presentarsi in Parlamento per discutere di questa che è un’emergenza per il Paese, lo tiene occupato con i suoi processini, che sono un’emergenza solo per lui. Nella notte tra martedì e mercoledì i cittadini protesteranno contro un presidente del Consiglio che pensa solo a se stesso e non al suo Paese. E per fortuna che c'è ancora questa voglia di indignarsi e alzare la testa. Sono gli stessi cittadini che stanno coraggiosamente e giustamente portando avanti un presidio davanti Montecitorio che continuerà tutta la settimana prossima e che hanno programmato la “Notte bianca per la democrazia”, dalle 20.00 in poi del 5 aprile. Io e l'Italia dei valori saremo al loro fianco anche perchè quella protesta non sarà solo contro le leggi ad personam come la legge sulla prescrizione breve ma anche contro quello che sta succedendo a Lampedusa, a Manduria e in tutta Italia. Perché pure quelli sono insulti alla democrazia. Nella speranza di liberare l'Italia prima possibile dall'unico clandestino della democrazia, ovvero Silvio Berlusconi". (dal blog di Antonio Di Pietro)

mercoledì 30 marzo 2011

L'ipnotizzatore che ci sta uccidendo

Nel 1994, quando lavoravo a La Voce di Montanelli, pubblicai un’inchiesta sulla Pnl insegnata ai manager di Pubblitalia e dirigenti di Forza Italia. Di che si tratta? La Programmazione Neurolinguistica è la più potente tecnica di manipolazione mentale mai esistita. E’ stata ideata nel 1975, a scopi psicoterapeutici, da Richard Bandler (psicologo ed esperto di computer) e John Grinder (linguista): iniziarono a studiare i più grandi comunicatori dell’epoca ed estrassero le strategie che questi uomini usavano in modo istintivo, ottenendo grandi risultati. Tra le loro “cavie” c’era Milton Erickson, considerato uno dei più grandi ipnoterapisti moderni. Da allora, la Pnl si è diffusa in molti settori: psicoterapia, marketing, formazione aziendale, ed anche negli ambienti televisivi. Il potere di Berlusconi si basa quindi su una conoscenza approfondita della mente umana: è partito dalla psicologia + marketing pubblicitario, ed è approdato alla Pnl. Cioè la tecnica più sofisticata che esiste per manipolare la percezione della realtà.Vediamo qualche esempio di come Berlusconi e la sua lobby applica, ancora oggi, la Pnl. Negli ultimi mesi il presidente del Consiglio ha usato: 1) un cerottone sul viso; 2) un disegno con due bilance; 3) una donna pagata per dire in tv che la ricostruzione all’Aquila è andata benissimo. Sono esempi di induzione ipnotica: l’obiettivo è a far percepire una realtà in modo istintivo. Il cerottone è un metamessaggio (così è chiamato in Pnl): cioè un messaggio non verbale, che passa al di là delle parole. Significa in sostanza: “Ecco, vedete cosa mi hanno fatto? La cultura dell’odio mi ha ferito vistosamente!”. In questo caso siamo di fronte a un messaggio visivo-cinestesico (cioè che fa presa sul senso della vista e sul sentito interiore).Il disegnino con le due bilance è un messaggio visivo-auditivo (rivolto ai sensi della vista e dell’udito). In modo elementare Berlusconi ha voluto “illustrare” le sue parole, per sostenere la tesi che la riforma della giustizia porta in equilibrio i poteri della magistratura. Infine, la donna mandata in televisione per parlare bene della ricostruzione all’Aquila: il copione era stato scritto e la signora ha ricevuto 300 euro per recitarlo. In questo caso siamo di fronte a un messaggio visivo-uditivo-cinestesico, che ha l’obiettivo di far percepire una determinata realtà a milioni di telespettatori.Ora vediamo cosa c’entrano questi tre esempi con la Pnl. La tecnica ideata da Bandler e Grinder si basa sulla programmazione della realtà attraverso l’immissione di informazioni nei tre canali percettivi principali: il visivo (occhi), l’uditivo (orecchie), il cinestesico (pelle-emozioni). I due studiosi si resero conto che l’uomo si forma l’dea del mondo attraverso questi tre canali d’ingresso. Il mezzo principale per indurre la programmazione è il linguaggio. La potenza delle parole è fondamentale per indurre una “allucinazione” percettiva. Ecco, ad esempio, perché Berlusconi ha scelto la parola “libertà” per indicare il suo partito. In Pnl alcune parole favoriscono un processo di “generalizzazione” elevato. Cioè la “libertà” crea il maggior spettro di identificazione, su un numero esteso di persone. E poi la parola “popolo”. Altro termine carico di “generalizzazione”. Quale popolo? Di che latitudine? Di che razza? Di quale lingua? Anche in questo caso, la parola crea una forte identificazione su un numero alto di persone.Il discorso sulla Pnl è in realtà lungo a articolato. Bisognerebbe parlare dei “modelli” e dei “valori” che contribuiscono a programmare un cervello, ma potete approfondire cercando in Internet, cioè il “mezzo” anti-televisivo con il quale potete formarvi un’idea più oggettiva della realtà. Ad esempio, vi consiglio di leggere gli scritti di Maxwell Maltz, un medico che negli anni ’50 ha inventato la psicocibertecnica: vi troverete di fronte a una primitiva Pnl, che spiegava il modo in cui si può usare la psicologia per programmare un cervello, esattamente come si fa con i robot (cibernetica).Come si esce da questo incantesimo di massa? A mio avviso, bisogna procedere in due direzioni: 1) diffusione attraverso Internet dell’alfabetizzazione comunicativa. Cioè bisogna spiegare – a parole e in video – come funziona le mente e come la si programma (ed è ciò che faccio col mio blog e sul mio canale You Tube). In questo modo la consapevolezza rende più difficile l’induzione ipnotica. 2) Usare le stesse tecniche per svegliare le coscienze, invece che che addormentarle. Magari con campagne pubblicitarie progresso. Ma forse dobbiamo aspettare l’Italia del 2060". (Da 'Il Fatto Quotidiano')

SALVIAMO LA COSTA D'AVORIO
























Il Comitato per la pace in Costa d'Avorio sta raccogliendo fondi e cercando di sensibilizzare gli organismi internazionali affinché cessi la guerra civile nel Paese. Chi vuole partecipare può farsi avanti scrivendo a questo sito e versando liberamente sul conto corrente postale 40843039 (iban it10m0760103200000040843039), intestato a Brindisi Antonio, causale 'Comitato per la pace in Costa d'Avorio'. Possiamo anche fare da tramite per inviare somme di denaro, per avere o tenere contatti e per darvi informazioni su quello che sta realmente succedendo.

Our prime minister



Our foreign affairs minister

martedì 29 marzo 2011

Il reality del caimano

"In poche ore accadono due eventi che riguardano il Presidente del Consiglio, il suo mondo aziendale, politico e personale - che coincidono dall'inizio e per sempre - e il nostro mondo reale, di cittadini ridotti a spettatori. La prima scena è di ieri mattina. Chiamato a giudizio a Milano nel processo "Mediatrade" con l'accusa di frode fiscale e appropriazione indebita, il Capo del governo annuncia in anticipo che sarà presente in aula. Si può pensare, davanti a questo annuncio, che accetti di sottoporsi al giudizio senza delegittimare come sempre la magistratura che lo indaga e che deve pronunciarsi sui reati che gli vengono contestati, che intenda ascoltare le accuse e far valere le sue buone ragioni, dimostrando così che anche per lui vale il principio secondo cui la legge è uguale per tutti.Ma in realtà si tratta di un'udienza preliminare, davanti al gup, dove si costituiscono le parti e si fissa il calendario delle udienze. Non è previsto che l'imputato parli, e lui lo sa bene. Dunque la presenza in aula ha una semplice funzione-civetta, serve da richiamo. Il vero evento politico riguarda quell'aula, nel senso che è concepito e messo in scena per condizionarla, ma avviene fuori: prima, e dopo. Prima, il Pdl ha mobilitato i suoi sostenitori per convocarli a Palazzo di Giustizia, replicando in grande l'operazione claque organizzata a tavolino una settimana fa, con la spedizione di anziani figuranti spaesati davanti all'aula del processo Mills, con tanto di coccarda azzurra prefabbricata al bavero, e militanti di partito al fianco.Sulla piccola folla in attesa, fronteggiata da un drappello di contestatori del partito di Di Pietro, era già scesa poco prima la voce rassicurante e autoassolutoria del Premier, ovviamente dagli schermi di proprietà e dal canale di famiglia. Una dichiarazione titanica, vittimistica e vindice, come accade in queste grandi occasioni: il processo "è un tentativo di eliminarmi", "sono l'uomo più imputato dell'universo e della storia", "il comunismo in Italia non si è mai concluso e non è mai cambiato", "cerca di usare qualsiasi mezzo per annientare l'avversario". Fino al giuramento rituale, in cui accanto ai figli compaiono per la prima volta i giovanissimi nipoti, incolpevoli ma utili a mulinare numeri sempre più roboanti: "giuro sui miei cinque figli e sui miei sei nipoti che nessuno dei fatti che mi vengono imputati è vero".Dopo questo primo tempo spettacolare, la breve apparizione in aula, utile soltanto ad attirare i riflettori mediatici, nonostante l'udienza preliminare sia a porte chiuse. Ma lo spettacolo politico che conta è fuori da quella porta. Ecco che si apre. Il Premier imputato appare, e già si mostra sorridente. Incede tra la folla, e diventa trionfante. Alza il braccio per rispondere alle acclamazioni e agli applausi, ed è incontenibile. Infatti sale sul predellino, come tre anni fa quando s'incarnò nel popolo di San Babila e nel popolo delle libertà che stava nascendo. È un'apoteosi. Ma soprattutto, è un ribaltamento politico della realtà, costruita a tavolino come in un reality, e recitato sulla pubblica piazza cercando di ricalcare in tutto la scenografia del Caimano, come ad annunciare la resa dei conti finale e la capacità di rovesciare la verità. Il Premier di un Paese democratico, imputato per gravi reati comuni, non si preoccupa di rassicurare la pubblica opinione, le istituzioni e la società politica che chiederà chiarezza di giudizio e offrirà collaborazione nella trasparenza per arrivare all'unica cosa che conta, cioè l'accertamento della verità. No: al contrario maledice davanti alle sue telecamere i magistrati che devono giudicarlo, pronuncia in diretta la sentenza con cui si assolve, addita al ludibrio i suoi avversari politici, raduna i suoi sostenitori di fronte al palazzo giudiziario e si unisce a loro in una manifestazione di ribellione alla giustizia, di lavacro popolare, di giudizio anticipato sommario e inappellabile. Una manifestazione di debolezza estrema spacciata per prova di forza, con il populismo che mette in scena se stesso nella fase più estrema e radicale, perché tecnicamente eversiva, con il potere esecutivo che chiama il popolo a contestare il giudiziario: mentre il legislativo cerca di fulminare i processi con leggi ad personam, spargendo il fumo di false riforme sulle opposizioni, sulle istituzioni e sui soggetti incapaci di una vera autonomia culturale e di una concreta libertà di giudizio. Il secondo evento è tutto televisivo, ed è andato in onda appena venerdì scorso. A Forum, su Canale 5, una signora abruzzese dell'Aquila si presenta a discutere della sua separazione dal marito Gualtiero, e del loro negozio di abiti da sposa lesionato dalle scosse. Incidentalmente, la signora magnifica sulla rete Mediaset l'operato del Presidente del Consiglio e del governo, "l'Aquila ricostruita", "la vita ricominciata", i giovani che "ritornano", i negozi che "riaprono". Distribuisce "ringraziamenti al Premier", conclude che tra i terremotati "chi si lamenta lo fa per mangiare e dormire gratis". Applausi in studio. Solo che la signora non è terremotata, non è dell'Aquila, non è separata, non è sposata con Gualtiero che è figurante come lei, non ha perso alcun negozio nel sisma ma aiuta il vero marito in un'impresa di pompe funebri. Semplicemente, ha recitato una parte: "Sono abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo".Ora, è possibile accettare tutto questo? Inventare una "fidanzatina" per il Premier circondato da troppe ragazze a pagamento, e costruirne l'identikit sul rotocalco della Real Casa. Modellare dal nulla un fidanzato per Noemi Letizia e fotografarlo in un falso abbraccio con lei per proteggere "Papi". Infine fabbricare la falsa terremotata che salmodia le lodi al Premier ricostruttore nell'unico processo accettato sulle reti Mediaset, quello finto di Forum.Questo meccanismo menzognero e ingannatore si chiama "ricostruzione della realtà". Decostruisce il reale, lo sposta e lo reinventa in un contesto di comodo, ricostruendo il paesaggio politico e sociale ridisegnando il palinsesto non solo televisivo, ma quotidiano della vita italiana. Non è un caso, è un metodo. Nell'ottobre del 2004 uno stretto collaboratore di George W. Bush (si pensa sia Karl Rove) disse al giornalista Ron Suskind queste parole: "Ora noi siamo un impero, e quando agiamo, noi creiamo la nostra realtà. E mentre voi state studiando questa realtà, giudiziosamente, noi agiremo ancora, creando altre nuove realtà, che voi potrete soltanto studiare, e nient'altro". Bene, fatte le proporzioni con la miseria italiana, forse è arrivato il momento per gli spettatori di tornare cittadini, riportando la politica - Presidente del Consiglio compreso - a fare i conti con la realtà". (Ezio Mauro-La Repubblica)

Morire a Gorgona







































"Mio padre era il tenente pilota, Panico Hercules Theodosiou, che combattè nella Royal Air Force (Raf) durante la seconda guerramondiale.La sera del 28 aprile 1944, tornava a bordo del suo Spitfire da unamissione su Firenze quando vicino alla costa di Livorno mandò un messaggio tramite la radio dicendo che la cabina si stava riempiendodi fumo di glicole. Si gettò con il paracadute cadendo in mare ad una distanza fra cinque e otto kilometri dall’isola di Gorgona. Il suo comandante in seconda dichiarò che vide il paracadute di mio padre aprirsi e successivamente notò la calotta del paracadute nel mare. Il comandante in seconda non vide se mio padre riusci a salire nel gommone di salvataggio in quanto il suo aereo stava finendo il carburante . Mandò però la posizione del paracadute alla base. Una squadra di soccorso e un aereo di salvataggio furono mandate immediatamente ma a causa del buio non riuscirono a trovare mio padre. Dopo un po’ di tempo venne dichiarato ufficialmente “disperso,probabilmente caduto in azione”. Mia madre, che non si risposò, mori` recentemente e io vorrei visitare la zona dove mio padre perse la vita".

lunedì 28 marzo 2011

Se l'Onu non ferma la guerra civile in Costa d'Avorio, sia la bellicosa Francia ad intervenire


Il Comitato per la pace in Costa d'Avorio ha inviato i primi soldi (pochi, ma laggiù sono tanti) per aiutare la popolazione ad andare avanti in attesa di tempi migliori. Li abbiamo spediti per ora nella zona dei parenti di mia moglie, che dovrebbero utilizzarli per un piccolo borgo nel centro del Paese, di cui preferiamo non fare il nome per evitare possibili rappresaglie o ruberie. L'unico mezzo per inviare soldi in Costa d'Avorio in questo momento è una finanziaria senegalese, la 'money express on line' (tipo western union), che riesce ancora a mantenere contatti in zone difficili dell' Africa ed alcune altre parti del mondo (a Roma c'è solo una sede a via Casal del Marmo 108 D, ma ce ne sono altre anche in altre città dItalia, basta guardare sul sito (http://www.money-express.com/). Serviranno per comprare soprattutto del cibo che ormai scarseggia. Chi vuole partecipare lo può anche fare direttamente utilizzando lo stesso mezzo usato da noi (magari gli potremo indicare degli obiettivi precisi), o fidarsi di noi, versando qualsiasi cifra sul conto corrente postale numero 40843039 (it10m0760103200000040843039), intestato a Brindisi Antonio, causale 'Comitato per la pace in Costa d'Avorio', che poi penseremo ad inviare dove necessita o dove conosciamo. Hillary Clinton, responsabile della politica estera americana, ha spiegato oggi (28 marzo 2011 su 'La Repubblica') perché c'è stato un intervento in Libia e non in Costa d'Avorio o il Bahrein. Ha detto testualemente la Clinton: "In Libia si era arrivati ad un punto di non ritorno quando Gheddafi aveva dichiarato di voler sterminare la sua popolazione. In Costa d'Avorio e in altri Paesi siamo a un livello di intensità più bassa". Io non sono d'accordo e credo che anche in Libia bisognava intervenire prima. Chi vuole deve invece sensibilizzare in tutte le sedi possibili affinché l'Onu intervenga a porre fine ad una stupida guerra civile in Costa d'Avorio, ristabilendo i giusti equilibri in un Paese che non merita questo destino. Se non lo fa l'Onu, intervenga la Francia, che da sempre ha difeso i suoi interessi in questo Paese ed ora lo ha abbandonato a se stesso, invece che cercare il petrolio in Libia. "Today the Committee for Peace in the Ivory Coast has sent the first money (not much, but down there it's a lot) to help the population go forward as they await better times. We sent them for now in the area of my wife's relatives, who should use them for a little town in the centre of the country which we would prefer not to name to avoid possible reprisals or theft. The only way to send money to the Ivory Coast at the moment is a Senegalese finance company, 'money express on line' (similar to Western Union) which still manages to maintain contexts in difficult areas of Africa and some other parts of the world (there is only one head office in Rome, via Casal del Marmo 108D, but there are also others in other Italian cities, just look on the website ( http://www.facebook.com/l/0b2b9/www.money-exoress.com). It will be used to buy food more than anything, which is scarce nowadays. Anyone who wants to participate can do so directly by using the same method we use (maybe we can give you precise objectives), or trust us by paying any amount to the current postal account number 40843039 (iban it10m0760103200000040843039), in the name of Brindisi Antonio, reference "Comitato per la pace in Costa d'Avorio', and then we shall send it where we know it's needed. Then, anyone who wants to can raise awareness so that the UN can intervene and end a stupid civil war, re-establishing the fair equiibrium in a country that doesn't deserve this fate. "Ormai a fuggire sono più di un milione di persone. Un esodo di massa dalla capitale della Costa D'Avorio, che si spopola mentre lungo le strade delle municipalità a nord della città, Abobo, Treshville, Yopougon, le milizie armate fedeli ai due presidenti che si contendono la vittoria elettorale, continuano a far suonare le armi pesanti. I due presidenti in lotta. Da una parte, i gruppi fedeli a Laurent Gbagbo, presidente uscente il quale - secondo le autorità internazionali - avrebbe vinto per aver reso nulli i voti di 8 dipartimenti elettorali, per un totale di 600 mila voti; dall'altra Alassane Ouattara, con forti consensi al Nord del paese e che, invece, sarebbe stato indicato come vero vincitore. Il risultato è che il paese è spaccato in due, con Gbagbo, che ancora può contare dell'appoggio dell'esercito e che continua, di fatto a governare, mentre il suo avversario è costretto a continuare la sua battaglia rinchiuso in una stanza dell'Hotel du Golfe ad Abidjan. Il bilancio delle vittime civili. Secondo le Nazioni Unite, sarebbero al momento 462, mentre sparatorie, colpi di mortaio, esplosioni diffondono la paura di una guerra totale, tanto da formare un fiume di gente che fugge, con i fagotti e quel poco che si riesce a portar via, verso luoghi più sicuri. Si scappa ad Est e a Ovest. C'è chi fugge, a est, verso il Ghana, o a ovest, verso la Liberia. Oppure chi si limita a tornare nei villaggi d'origine, lontani da Abidjan, metropoli di 5 milioni di abitanti, dal destino tipico delle metropoli africane, quello cioè di aver subito un inurbamento massiccio con l'arrivo di un'umanità di diseredati delle zone rurali, in cerca di soluzioni per sopravvivere. Prezzi in aumento, banche chiuse. Sul terreno opera anche l'UNHCR 4, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che riferisce testimonianze di famiglie in fuga, appunto perché temono di essere coinvolte nei combattimenti ed essere colpite da pallottole vaganti. Altre persone denunciano gravi difficoltà finanziarie, in quanto disoccupati o anche per la chiusura delle banche e delle attività commerciali. Il prezzo dei beni alimentari è salito e nei mercati il cibo scarseggia. L'aumento dei prezzi riguarda anche il trasporto pubblico. Le fermate degli autobus sono piene di persone disperate in cerca di un posto a sedere su autoveicoli diretti verso le zone settentrionali, orientali e centrali del paese, dove ancora la situazione appare tranquilla. Saccheggi, stupri, uccisioni. Nel frattempo, però, a Ovest del paese, nelle regioni più prossime al confine della Liberia, gli scontri armati dilagano, provocando così ulteriori sfollati. La gente di Blolequin, Guiglo, Duekoué e Toulepleu ha abbandonato i villaggi a causa dei combattimenti. Nelle zone in guerra tra Blolequin e Guiglo si sono verificati saccheggi, stupri ed uccisioni di civili commesse da mercenari o altri gruppi armati non identificati. A Guiglo l'ufficio dell'UNHCR è stato saccheggiato da uomini armati non identificati che hanno portato via tre autovetture e due moto, maanche tutta l'attrezzatura dell'ufficio ed i mobili. Anche altreorganizzazioni internazionali hanno subito furti di autoveicoli. Nella vicina Liberia. Sempre l 'UNHCR ha registrato 62.099 nuovi arrivi dal 24 febbraio, da aggiungere ai 39,784 già registrati. La maggior parte dei rifugiati cercano sicurezza nel Nimba County. Tuttavia questa settimana molti altri si sono diretti verso il Grand Gedeh County, piu a Sud. Soltanto nella giornata di martedì, più di 6.000 ivoriani sono entrati nella regione e si sono stabiliti nelle aree remote intorno a Janzon, Tuzon e Sweaken, compresi quei villaggi impossibili da raggiungere in macchina. I nuovi arrivati sono fuggiti da Blolequin". (La Repubblica) "El número de desplazados internos en Costa de Marfil se ha multiplicado por cinco y el número de personas que busca refugio en países vecinos lo ha hecho por dos. En total, 380.000 personas se han visto obligadas a dejar sus hogares desde mediados de diciembre, cuando comenzaron los enfrentamientos entre los partidarios del presidente saliente, Laurent Gbagbo, proclamado por la Corte Constitucional del país que rechaza abandonar el poder, y el presidente electo según la comunidad internacional, Alassane Ouattara. La ONU alerta de que “la situación se está deteriorando alarmantemente” y de que los refugiados y desplazados son sólo “la punta del iceberg” de una crisis humanitaria que es mucho más amplia. Es un análisis que comparte Médicos Sin Fronteras. “Los combates están teniendo graves consecuencias para la población: no tienen acceso a lo más básico. Además, resulta muy difícil llegar hasta las personas que están atrapadas cerca del frente de combate”, explica Alois Hug portavoz de la organización, en declaraciones a Guinguinbali. MSF denuncia que en Abiyán, la capital, el barrio de Abobo dispone actualmente de un solo hospital para cubrir las necesidades de unos dos millones de personas. “La gente huye, pero también lo hace el personal sanitario”. Además, las sanciones económicas impuestas por la comunidad internacional están “afectando directamente al suministro de medicamentos y de material médico. Hay varias regiones del país donde ya faltan medicamentos básicos”. UNICEF y la OMS temen que pueda haber brotes de fiebre amarilla, cólera o meningitis.Los profesores también han huido y unos 800.000 niños llevan entre 3 y 5 meses sin escolarizar. Aunque en Costa de Marfil hay una amplia presencia de trabajadores humanitarios, faltan fondos. La ONU ya ha pedido más ayuda económica. La Oficina de Ayuda Humanitaria de Naciones Unidas (OCHA) hizo un llamamiento de 30 millones de dólares de los que sólo han recibido un 17%. La Comisión Europea ha respondido destinando 25 millones de euros, que se suman a los cinco millones previamente comprometidos. La comisaria de Ayuda Humanitaria, Kristalina Georgieva, ha advertido de que Costa de Marfil "está al borde de una guerra civil", lamentado la falta de atención mediática ante un conflicto grave y ha alertado del impacto potencial negativo para países de la región. El más afectado es Liberia, donde hay unos 90.000 refugiados y se calcula que pueden llegar hasta 250.000. En las últimas semanas está habiendo combates muy cerca de la frontera y ha aumentado el número de personas que huyen de Costa de Marfil y entran en Liberia. En 10 días (24 febrero al 5 de marzo), llegaron a entrar en el país 30.000 personas. “De momento, llegan en condiciones relativamente aceptables, pero lo hacen de forma dispersa y algunos se encuentran en zonas muy aisladas. El estado de las carreteras es muy precario y resulta muy encontrarle, proporcionarles asistencia o llevarles hacia los campos de refugiados”, asegura Hug. La ONU espera que el flujo continúe porque ambos bandos siguen reclutando y armando combatientes y las posturas están cada vez más radicalizadas".(Beatriz Barral)

2. Lampedusa mon amour


Ripeto, la popolazione di Lampedusa è eccezionale. Ha un cuore grande così. Ha sulla sua isola delle persone straniere che contano un numero ormai maggiore della stessa popolazione dell'isola. Chi sono queste persone e perché vengono in Italia? Sono principalmente del Maghreb e non scappano da nulla. Cercano solo di approfittare di una situazione di conflitti per inserirsi nelle maglie strette del sempre meno opulente Occidente che non le vuole. Anche se io, se fossi un magherebino, me ne starei a casa mia invece che venire a farmi insultare e trattare da animale in un altro Paese. Soprattuto l'impreparato e rozzo governo italiano non li vuole, perché non sa nemmeno con chi ha a che fare e cosa deve fare, però istillando la paura incassa valanghe di voti da una popolazione ignorante che non vuole sapere e conoscere, ma solo continuare ad avere. E mentre il truman show del nostro delirante premier si trascina nelle aule dei tribunali con la claque a pagamento come se fossimo al falso di 'Forum' sui terremotati dell'Aquila per soli 300 euro, le decisioni di come risolvere questa problema di sbarchi dovrebbe prenderle uno come Maroni o Calderoli, che fanno quello che gli dice un certo Bossi, un troglodita che tiene per le palle un premier sfatto dai festini con la prima disgraziata che passa purché sia bona e gliela dia facendogli credere di essere un grande latin lover. In questo contesto, amplificato da un'informazione che ripete su tutte le reti le stesse cose senza cercare di capire nulla, si fa la guerra in Libia, in Afghanistan e non so in quale altro posto, si arriva addirittura ad aumentare ancora la benzina dando la colpa a chi vuol fare cultura, la ministra dell'ambiente continua a dire che il nucleare si può fare ma fa perdere voti, si nomina un nuovo ministro in odore di mafia perché ha portato i voti alla Camera insieme ad un gruppo di 'irresponsabili', tenendo in ostaggio un'Italia che non si riconosce in chi La rappresenta, si lascia la politica estera in mano ad un maestro di sci abbronzato che al massimo sa appaiare due calzini, con frasi stile Alfano che fa dell'Italia la bengodi del mondo dinanzi ad altre subculture. Ripeto, in mezzo a questo mare di ignoranza che ci dovrebbe governare e guidare, la popolazione di Lampedusa, ormai allo stremo, ha sempre una parola di conforto anche per l'orda che li sta invadendo, senza che ci sia qualcuno capace di capire cosa stia succedendo. "Quello di Silvio Berlusconi è un regime che si basa sulla finzione e sulla capacità di ingannare la gente. A questo gli serve il controllo totale sull’informazione e per questo s’infuria tanto quando qualche trasmissione sfugge e gli disubbidisce.Più si trovano nei guai, più i regimi adoperano le loro armi. Lo ha fatto Gheddafi in Libia con i carri armati e lo fa Berlusconi in Italia con i carri armati mediatici. A noi va un po’ meglio che ai libici: Gheddafi ammazza la gente, Berlusconi uccide “solo” la verità e la giustizia.Però stavolta, pur di ripetere che tutto va bene, lui e i suoi maggiordomi hanno un po’ esagerato. Mandare un’attrice in televisione, nel programma “Forum” su Canale 5, travestita da cittadina dell’Aquila a raccontare quanto è stato bravo il governo e quanto se la passano bene oggi i terremotati non è stata solo un’offesa contro la verità, ma anche contro la decenza e contro la situazione drammatica in cui si trovano da due anni qui poveracci.Mi immagino come devono essersi sentiti gli aquilani sentendo questa signora, che non è nemmeno dell’Aquila e che è stata pagata trecento euro, leggere il testo che gli hanno scritto: che tutto va benissimo e che agli sfollati ancora senza casa vivere così “gli fa pure comodo: mangiano, bevono e non pagano niente. Pure io ci vorrei andare”.Si sono indignati come mi sarei indignato io al posto loro. In tanti hanno protestato sul sito del quotidiano abruzzese http://www.quotidianoabruzzo.it/: diciottomila contatti in due giorni. Come sempre quando le loro bugie vengono scoperte i lacchè di Berlusconi hanno perso la testa. Il capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto ha scritto pure lui al sito, per minacciare gli aquilani avvertendo che chi avesse postato “commenti diffamanti sull’operato del governo e di Berlusconi” sarebbe stato querelato alla Polizia postale. Cornuti e pure mazziati!Fanno così i regimi, in Libia come in Italia. Raccontano bugie, ma se qualcuno osa sbugiardarli passano alle minacce e poi alle punizioni. Fino a che il popolo non si rompe le scatole e, dopo aver ingoiato tutto per un po’, dice basta e li rimanda a casa, come faremo noi con il piccolo Raìs di Arcore". (dal blog di Antonio Di Pietro)

Ora l'informazione la fanno i blog

Mentre i nostri ridicoli ed ignoranti politicanti da strapazzo continuano a frequentare gli stessi salotti televisivi per dire dappertutto le stesse castronerie o a rilasciare interviste a quotidiani e periodici pilotati, chi vuole davvero informarsi ormai va sulla rete, come modestamente avevo ampiamente previsto un paio di anni fa. E' così che il controllo tv e dei media che servono ad imbavagliare la democrazia serve solo ad addomesticare quella parte della popolazione che non ha voluto abituarsi alla rete o che ama farsi dire quello che deve pensare, dire e votare. Oggigiorno, infatti, perché mai qualcuno dovrebbe continuare, oltre che a pagare, a vedere la rai, mediaset o altro, sapendo che dietro ci sono dei marpioni che vogliono solo condizionare la volontà altrui con veline e pubblicità. O a dover ascoltare e vedere sempre gli stessi personaggi dello stesso circo barnum che non si sa come e perché dovrebbero essere più intelligenti o dire cose più interessanti di altri perché dentro un tubo catodico addomesticato ai più bassi istinti primordiali dell'essere umano. In Italia, purtroppo, l'uso di internet è ancora molto limitato e l'ignoranza dilaga padrona su tutte le reti, mentre nei Paesi arabi sta scatenendo rivoluzioni e negli Usa è ormai la prima fonte di notizia. Rimane l'enigma del nostro giornalismo che cosi com'è, secondo me, non ha più ragione di esistere. "Ti accorgi che qualcosa sta cambiando quando nella conferenza stampa Barack Obama di fronte a una selva di mani alzate sceglie di dare la parola al corrispondente di Politico. com, un blog. È lo stesso corrispondente a cui il protocollo della Casa Bianca assegna uno dei rari posti in prima classe sul volo charter (ribattezzato Air Force Two) che segue il presidente in trasferta all'estero. Quell'onore fino a poco tempo fa era riservato agli anchor di Cnn e alle grandi firme del New York Times, Washington Post. Ma questi piccoli segnali di rispetto non fanno che ratificare un dato di fatto: l'intero establishment di Washington si sveglia al mattino seguendo le regole di un rituale nuovo. Mentre sulla radiosveglia gracchia il notiziario di Npr, mentre lo schermo tv è acceso sulle cable-news di Fox o Msnbc, gli occhi assonnati s'incollano prima di tutto all'iPhone o all'iPad per scorrere la prima email mattutina di Mike Allen: è il condensato delle notizie (e qualche volta degli scoop esclusivi) che segneranno l'agenda politica del giorno. Il blogger Allen si arroga il diritto di aprire la sua email con questo titolo: "Se leggete una sola frase...". Segue l'incipit dell'articolo che Allen considera come il più importante del giorno, scelto da uno dei media tradizionali e non. Sabato l'onore è toccato al New York Times, con la prima frase di un articolo dove si rivelano i timori del Pentagono su una no-fly zone libica protratta per molti mesi.Un onore, davvero: per i giornalisti del New York Times "finire primi" nella selezione mattutina di Allen è un riconoscimento. Questa è l'èra in cui la "madre dei super-blog" Arianna Huffington ha varato una fusione alla pari con Aol, pioniere di Internet, e oggi parte alla conquista dell'Europa aprendo a Londra la sua prima edizione oltreoceano. Eppure quando nacque The Huffington Post era un paria, un outsider, occupava una nicchia marginale sul mercato dell'informazione. Ora il New York Times celebra il trionfo degli ex-outsider, diventati delle autentiche potenze. I nuovi Vip del giornalismo americano si chiamano Brian Beutler, 28 anni, reporter per il sito Talking Points Memo. Dave Weigel, 29 anni, inviato politico del blog Slate. Matt Yglesias, 29 anni, che creò il suo blog quando era ancora studente a Harvard e oggi è una star dell'informazione online. Poi ci sono anche i meno giovani che grazie al blog hanno conosciuto una seconda vita: il caso più celebre è quello di Andrew Sullivan, ex direttore del magazine élitario The New Republic, che si è "reinventato" con il suo blog The Daily Dish (il piatto quotidiano), oltre 300.000 lettori quotidiani.La potenza dei blogger non ha un colore politico uniforme, investe tutto lo spettro dei partiti e delle ideologie: la Huffington è una iper-progressista che critica regolarmente Obama da sinistra, Sullivan è decisamente un conservatore. Ma dietro di loro, sono i ventenni la vera forza d'urto di questo fenomeno. Sbarcati a Washington 4 anni fa come dei bohémien, squattrinati e privi di accesso alle fonti politiche importanti, da allora sono stati proiettati ai vertici dell'establishment mediatico. Un altro segnale aneddotico della loro potenza: i "fan" si passano nomi e indirizzi dei locali notturni frequentati dai blogger, proprio come se fossero divi del cinema o rapper. Gli avvistamenti più frequenti sono al Black Cat, un club di musica all'angolo fra la 14 Strada e la S, e il 9:30 Club, al numero 815 della V Street. Con un po' di fortuna potreste vederli sorseggiare un birra allo stesso tavolo con alcuni dei consiglieri di Obama che sono loro coetanei (anche lo staff della Casa Bianca ha fatto un balzo generazionale inaudito: alcuni membri del National Security Council sembrano stagisti laureandi).Qual è l'impatto reale di questa generazione di ventenni sull'informazione politica americana? Nessuno mette in discussione il loro talento, né il fatto che abbiano riempito uno spazio di mercato: a cominciare dai lettori della loro stessa generazione, che consumano notizie sotto la forma abbreviata, sincopata, dei messaggi su Twitter e su Facebook. I media tradizionali ne hanno preso atto, cooptando come nuove firme alcuni di questi blogger. Il Washington Post ha ospitato sul suo sito per 3 mesi i commenti di Dave Weigel; dopodiché il blogger è stato ingaggiato come commentatore dalla cable-tv di sinistra Msnbc, la rivale di Fox. Ezra Klein, che da studente alla University of California Los Angeles era stato bocciato come aspirante redattore del giornale universitario, dopo il successo del suo blog è stato assunto come opinionista da Washington Post e Newsweek. Klein riconosce che l'ingresso in un "tempio del giornalismo" come il Washington Post ha trasformato il suo modo di lavorare: "La verifica delle notizie, il controllo delle fonti, tutto ciò avviene secondo un metodo formalizzato, con delle regole da seguire, un atteggiamento più cauto e responsabile". Questo non gli ha impedito uno scivolone nelle vecchie abitudini del blogger d'assalto, che gli è costato caro. Attaccando il senatore Joe Lieberman per il suo voto contro la riforma sanitaria di Obama, Klein lo accusò di "preferire la morte di centinaia di migliaia di pazienti, pur di regolare qualche vecchio rancore politico". Una frase imperdonabile secondo un blogger avversario, il conservatore Tucker Carlson del Daily Caller. Sommerso dalle polemiche, Klein ha finito per dimettersi dal Washington Post.L'episodio sembra dare ragione a chi considera questo neo-establishment dei blogger-Vip come un decadimento del giornalismo americano. Superficiali. Faziosi. Virulenti fino all'insulto (in America, grazie alla libertà d'espressione garantita nel Primo Emendamento, le querele sono praticamente impossibili). Lo storico dell'informazione Douglas Brinkley, sul New York Times stigmatizza l'ascesa troppo rapida di questi ventenni che hanno bruciato le tappe, arrivando nel cuore della politica a Washington senza essersi fatti le ossa in un mondo più vasto: "Un tempo le grandi firme facevano il giro degli uffici di corrispondenza all'estero, quando arrivavano a Washington avevano un background globale. Ora dominano dei reporter che sono bravi nel marketing di se stessi, ma superficiali". Sullivan al contrario esalta il fenomeno dei blogger ventenni che fanno opinione nella capitale "perché ha spalancato la professione del giornalista ai giovani, imponendo nuovi linguaggi". Il formato dei blog ha un vantaggio indubbio: lo spazio non costa come sulla carta, quindi chi ha tempo e voglia e talento può approfondire temi complicati (la riforma sanitaria, il deficit di bilancio). "Mi considero prima di tutto un divulgatore" dice Yglesias.Il direttore del New York Times, Bill Keller, scende in campo personalmente per descrivere il ruolo dell'"ammiraglia" di tutti i quotidiani (1.100 giornalisti), in quella che lui definisce "l'era dell'informazione-guerriglia" con un'allusione anche al fenomeno-WikiLeaks (altro terremoto recente di questo settore). Dai blogger militanti a Julian Assange, tutti in qualche modo mettono in discussione la centralità della stampa. "Crediamo ancora - scrive - nella verifica delle notizie. Diamo un valore superiore al rigore, alla precisione, rispetto alla sensazione. Vogliamo che i nostri articoli possano reggere ad ogni esame. Alcuni dei nostri critici sostengono che l'obiettività è irraggiungibile, oppure noiosa, quindi perché inseguirla?". Ma Keller spiega anche la ricerca dell'imparzialità "non significa essere neutrali, né dare lo stesso peso ad ogni punto di vista, anche i più strampalati: come chi continua a sostenere che Obama non è un cittadino americano; no, l'imparzialità è una disciplina".Nella trasformazione costante del prodotto-giornale, il rapporto con la blogosfera somiglia alla "distruzione creativa" teorizzata dall'economista Joseph Schumpeter. I blog nascono e muoiono, la selezione della specie fa emergere i soggetti più resistenti: e anche quando non finiscono per essere cooptati dai media tradizionali, l'idea di doversi misurare continuamente con un "giornale di riferimento" come il New York Times non è affatto morta". (Federico Rampini-La Repubblica) Questo esempio di fare televisione ed informazione, invece, è quello che noi vediamo e ci beviamo tutti i giorni. Mi dispiace per la Dalla Chiesa che si è ridotta così, ma il suo 'Forum' non è la punta dell'iceberg, ma tutte le trasmissioni tv sono organizzate in questo modo, comprese quelle dell'informazione pseudogiornalistica. Per questo, come aveva previsto Pasolini, la tv va spenta se non si è in grado di vedere chi c'è e cosa c'è dietro quello schermo che ci viene presentato. E' l'ora di svegliarsi?!? "Mediaset manda in onda una finta terremotata pagata 300 euro. Pagata per leggere un copione scritto dagli autori del programma Forum, condotto da Rita Dalla Chiesa su Canale 5. "L'Aquila è ricostruita"; "Ci sono case con giardini e garage"; "La vita è ricominciata"; chi si lamenta "lo fa per mangiare e dormire gratis". Per questo "ringraziamo il presidente..." . "Il governo... ", precisa la conduttrice. Marina Villa, 50 anni, nella trasmissione di venerdì si dichiara "terremotata aquilana e commerciante di abiti da sposa" in separazione dal marito Gualtiero. Ed è lì in tv con il coniuge a discutere della separazione davanti al giudice del tribunale televisivo. Ma è tutto finto: lei non è dell'Aquila, non è commerciante, il vero marito è a casa a Popoli, il paesino abruzzese nel quale la coppia vive: si chiama Antonio Di Prata e con lei gestisce un'agenzia funebre. L'assessore alla Cultura dell'Aquila, Stefania Pezzopane, ha scritto una lettera a Rita Dalla Chiesa: "Nella sua trasmissione, persone che, mi risulta, non hanno nulla a che vedere con L'Aquila, hanno fatto un quadro distorto e assolutamente non veritiero". Quando scoppia la polemica anche su Facebook, non è difficile rintracciare Marina. "Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta". Si dice, la signora Villa, molto sorpresa dalla rabbia dei terremotati: "Ma che pretendono. Io non c'entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire". Marina racconta di essere stata pagata: "Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto". Ecco il copione di Marina in tv: "Hanno riaperto tutti l'attività. I giovani stanno tornando". Durante il terremoto "sembrava la fine del mondo, non riuscivo a capire se era la guerra, la casa girava. Si sono staccati i termosifoni dal muro". Ora invece è tutto a posto: "Vorrei ringraziare il presidente e il governo perché non ci hanno fatto mancare niente... Tutti hanno le case con i giardini e con i garage, tutti lavorano, le attività stanno riaprendo". Le fa eco la Dalla Chiesa: "Dovete ringraziare anche Bertolaso che ha fatto un grandissimo lavoro". E giù applausi. Mentre Marina aggiunge: "Quello volevo pure dire". "Inizialmente - continua il copione - hanno messo le tendopoli ma subito dopo hanno riconsegnato le case con giardino e garage. Sono rimasti 300-400 che sono ancora negli hotel e gli fa comodo". "Stanno lì a spese dello Stato: mangiano, bevono e non pagano, pure io ci vorrei andare". Ma lei non è dell'Aquila, la notte del 6 aprile 2009 era a casa a Popoli. È stata solo finta terremotata a pagamento per un giorno su Mediaset". (La Repubblica) "Quello di Silvio Berlusconi è un regime che si basa sulla finzione e sulla capacità di ingannare la gente. A questo gli serve il controllo totale sull’informazione e per questo s’infuria tanto quando qualche trasmissione sfugge e gli disubbidisce.Più si trovano nei guai, più i regimi adoperano le loro armi. Lo ha fatto Gheddafi in Libia con i carri armati e lo fa Berlusconi in Italia con i carri armati mediatici. A noi va un po’ meglio che ai libici: Gheddafi ammazza la gente, Berlusconi uccide “solo” la verità e la giustizia.Però stavolta, pur di ripetere che tutto va bene, lui e i suoi maggiordomi hanno un po’ esagerato. Mandare un’attrice in televisione, nel programma “Forum” su Canale 5, travestita da cittadina dell’Aquila a raccontare quanto è stato bravo il governo e quanto se la passano bene oggi i terremotati non è stata solo un’offesa contro la verità, ma anche contro la decenza e contro la situazione drammatica in cui si trovano da due anni qui poveracci.Mi immagino come devono essersi sentiti gli aquilani sentendo questa signora, che non è nemmeno dell’Aquila e che è stata pagata trecento euro, leggere il testo che gli hanno scritto: che tutto va benissimo e che agli sfollati ancora senza casa vivere così “gli fa pure comodo: mangiano, bevono e non pagano niente. Pure io ci vorrei andare”.Si sono indignati come mi sarei indignato io al posto loro. In tanti hanno protestato sul sito del quotidiano abruzzese www.quotidianoabruzzo.it: diciottomila contatti in due giorni. Come sempre quando le loro bugie vengono scoperte i lacchè di Berlusconi hanno perso la testa. Il capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto ha scritto pure lui al sito, per minacciare gli aquilani avvertendo che chi avesse postato “commenti diffamanti sull’operato del governo e di Berlusconi” sarebbe stato querelato alla Polizia postale. Cornuti e pure mazziati!Fanno così i regimi, in Libia come in Italia. Raccontano bugie, ma se qualcuno osa sbugiardarli passano alle minacce e poi alle punizioni. Fino a che il popolo non si rompe le scatole e, dopo aver ingoiato tutto per un po’, dice basta e li rimanda a casa, come faremo noi con il piccolo Raìs di Arcore". (dal blog di Antonio Di Pietro)

giovedì 24 marzo 2011

Il Comitato per la pace invia i primi soldi in Costa d'Avorio. L'Onu intervenga prima che sia troppo tardi


Oggi il Comitato per la pace in Costa d'Avorio ha inviato i primi soldi (pochi, ma laggiù sono tanti) per aiutare la popolazione ad andare avanti in attesa di tempi migliori. Li abbiamo spediti per ora nella zona dei parenti di mia moglie, che dovrebbero utilizzarli per un piccolo borgo nel centro del Paese, di cui preferiamo non fare il nome per evitare possibili rappresaglie o ruberie. L'unico mezzo per inviare soldi in Costa d'Avorio in questo momento è una finanziaria senegalese, la 'money express on line' (tipo western union), che riesce ancora a mantenere contatti in zone difficili dell' Africa ed alcune altre parti del mondo (a Roma c'è solo una sede a via Casal del Marmo 108 D, ma ce ne sono altre anche in altre città dItalia, basta guardare sul sito (http://www.money-express.com/). Serviranno per comprare soprattutto del cibo che ormai scarseggia. Chi vuole partecipare lo può anche fare direttamente utilizzando lo stesso mezzo usato da noi (magari gli potremo indicare degli obiettivi precisi), o fidarsi di noi, versando qualsiasi cifra sul conto corrente postale numero 40843039 (it10m0760103200000040843039), intestato a Brindisi Antonio, causale 'Comitato per la pace in Costa d'Avorio', che poi penseremo ad inviare dove necessita o dove conosciamo. Hillary Clinton, responsabile della politica estera americana, ha spiegato oggi (28 marzo 2011 su 'La Repubblica') perché c'è stato un intervento in Libia e non in Costa d'Avorio o il Bahrein. Ha detto testualemente la Clinton: "In Libia si era arrivati ad un punto di non ritorno quando Gheddafi aveva dichiarato di voler sterminare la sua popolazione. In Costa d'Avorio e in altri Paesi siamo a un livello di intensità più bassa". Io non sono d'accordo e credo che anche in Libia bisognava intervenire prima. Chi vuole deve invece sensibilizzare in tutte le sedi possibili affinché l'Onu intervenga a porre fine ad una stupida guerra civile in Costa d'Avorio, ristabilendo i giusti equilibri in un Paese che non merita questo destino.




"Today the Committee for Peace in the Ivory Coast has sent the first money (not much, but down there it's a lot) to help the population go forward as they await better times. We sent them for now in the area of my wife's relatives, who should use them for a little town in the centre of the country which we would prefer not to name to avoid possible reprisals or theft. The only way to send money to the Ivory Coast at the moment is a Senegalese finance company, 'money express on line' (similar to Western Union) which still manages to maintain contexts in difficult areas of Africa and some other parts of the world (there is only one head office in Rome, via Casal del Marmo 108D, but there are also others in other Italian cities, just look on the website ( http://www.facebook.com/l/0b2b9/www.money-exoress.com). It will be used to buy food more than anything, which is scarce nowadays. Anyone who wants to participate can do so directly by using the same method we use (maybe we can give you precise objectives), or trust us by paying any amount to the current postal account number 40843039 (iban it10m0760103200000040843039), in the name of Brindisi Antonio, reference "Comitato per la pace in Costa d'Avorio', and then we shall send it where we know it's needed. Then, anyone who wants to can raise awareness so that the UN can intervene and end a stupid civil war, re-establishing the fair equiibrium in a country that doesn't deserve this fate.



"Ormai a fuggire sono più di un milione di persone. Un esodo di massa dalla capitale della Costa D'Avorio, che si spopola mentre lungo le strade delle municipalità a nord della città, Abobo, Treshville, Yopougon, le milizie armate fedeli ai due presidenti che si contendono la vittoria elettorale, continuano a far suonare le armi pesanti. I due presidenti in lotta. Da una parte, i gruppi fedeli a Laurent Gbagbo, presidente uscente il quale - secondo le autorità internazionali - avrebbe vinto per aver reso nulli i voti di 8 dipartimenti elettorali, per un totale di 600 mila voti; dall'altra Alassane Ouattara, con forti consensi al Nord del paese e che, invece, sarebbe stato indicato come vero vincitore. Il risultato è che il paese è spaccato in due, con Gbagbo, che ancora può contare dell'appoggio dell'esercito e che continua, di fatto a governare, mentre il suo avversario è costretto a continuare la sua battaglia rinchiuso in una stanza dell'Hotel du Golfe ad Abidjan. Il bilancio delle vittime civili. Secondo le Nazioni Unite, sarebbero al momento 462, mentre sparatorie, colpi di mortaio, esplosioni diffondono la paura di una guerra totale, tanto da formare un fiume di gente che fugge, con i fagotti e quel poco che si riesce a portar via, verso luoghi più sicuri. Si scappa ad Est e a Ovest. C'è chi fugge, a est, verso il Ghana, o a ovest, verso la Liberia. Oppure chi si limita a tornare nei villaggi d'origine, lontani da Abidjan, metropoli di 5 milioni di abitanti, dal destino tipico delle metropoli africane, quello cioè di aver subito un inurbamento massiccio con l'arrivo di un'umanità di diseredati delle zone rurali, in cerca di soluzioni per sopravvivere. Prezzi in aumento, banche chiuse. Sul terreno opera anche l'UNHCR 4, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che riferisce testimonianze di famiglie in fuga, appunto perché temono di essere coinvolte nei combattimenti ed essere colpite da pallottole vaganti. Altre persone denunciano gravi difficoltà finanziarie, in quanto disoccupati o anche per la chiusura delle banche e delle attività commerciali. Il prezzo dei beni alimentari è salito e nei mercati il cibo scarseggia. L'aumento dei prezzi riguarda anche il trasporto pubblico. Le fermate degli autobus sono piene di persone disperate in cerca di un posto a sedere su autoveicoli diretti verso le zone settentrionali, orientali e centrali del paese, dove ancora la situazione appare tranquilla. Saccheggi, stupri, uccisioni. Nel frattempo, però, a Ovest del paese, nelle regioni più prossime al confine della Liberia, gli scontri armati dilagano, provocando così ulteriori sfollati. La gente di Blolequin, Guiglo, Duekoué e Toulepleu ha abbandonato i villaggi a causa dei combattimenti. Nelle zone in guerra tra Blolequin e Guiglo si sono verificati saccheggi, stupri ed uccisioni di civili commesse da mercenari o altri gruppi armati non identificati. A Guiglo l'ufficio dell'UNHCR è stato saccheggiato da uomini armati non identificati che hanno portato via tre autovetture e due moto, maanche tutta l'attrezzatura dell'ufficio ed i mobili. Anche altreorganizzazioni internazionali hanno subito furti di autoveicoli. Nella vicina Liberia. Sempre l 'UNHCR ha registrato 62.099 nuovi arrivi dal 24 febbraio, da aggiungere ai 39,784 già registrati. La maggior parte dei rifugiati cercano sicurezza nel Nimba County. Tuttavia questa settimana molti altri si sono diretti verso il Grand Gedeh County, piu a Sud. Soltanto nella giornata di martedì, più di 6.000 ivoriani sono entrati nella regione e si sono stabiliti nelle aree remote intorno a Janzon, Tuzon e Sweaken, compresi quei villaggi impossibili da raggiungere in macchina. I nuovi arrivati sono fuggiti da Blolequin". (La Repubblica)


"El número de desplazados internos en Costa de Marfil se ha multiplicado por cinco y el número de personas que busca refugio en países vecinos lo ha hecho por dos. En total, 380.000 personas se han visto obligadas a dejar sus hogares desde mediados de diciembre, cuando comenzaron los enfrentamientos entre los partidarios del presidente saliente, Laurent Gbagbo, proclamado por la Corte Constitucional del país que rechaza abandonar el poder, y el presidente electo según la comunidad internacional, Alassane Ouattara. La ONU alerta de que “la situación se está deteriorando alarmantemente” y de que los refugiados y desplazados son sólo “la punta del iceberg” de una crisis humanitaria que es mucho más amplia. Es un análisis que comparte Médicos Sin Fronteras. “Los combates están teniendo graves consecuencias para la población: no tienen acceso a lo más básico. Además, resulta muy difícil llegar hasta las personas que están atrapadas cerca del frente de combate”, explica Alois Hug portavoz de la organización, en declaraciones a Guinguinbali. MSF denuncia que en Abiyán, la capital, el barrio de Abobo dispone actualmente de un solo hospital para cubrir las necesidades de unos dos millones de personas. “La gente huye, pero también lo hace el personal sanitario”. Además, las sanciones económicas impuestas por la comunidad internacional están “afectando directamente al suministro de medicamentos y de material médico. Hay varias regiones del país donde ya faltan medicamentos básicos”. UNICEF y la OMS temen que pueda haber brotes de fiebre amarilla, cólera o meningitis.Los profesores también han huido y unos 800.000 niños llevan entre 3 y 5 meses sin escolarizar. Aunque en Costa de Marfil hay una amplia presencia de trabajadores humanitarios, faltan fondos. La ONU ya ha pedido más ayuda económica. La Oficina de Ayuda Humanitaria de Naciones Unidas (OCHA) hizo un llamamiento de 30 millones de dólares de los que sólo han recibido un 17%. La Comisión Europea ha respondido destinando 25 millones de euros, que se suman a los cinco millones previamente comprometidos. La comisaria de Ayuda Humanitaria, Kristalina Georgieva, ha advertido de que Costa de Marfil "está al borde de una guerra civil", lamentado la falta de atención mediática ante un conflicto grave y ha alertado del impacto potencial negativo para países de la región. El más afectado es Liberia, donde hay unos 90.000 refugiados y se calcula que pueden llegar hasta 250.000. En las últimas semanas está habiendo combates muy cerca de la frontera y ha aumentado el número de personas que huyen de Costa de Marfil y entran en Liberia. En 10 días (24 febrero al 5 de marzo), llegaron a entrar en el país 30.000 personas. “De momento, llegan en condiciones relativamente aceptables, pero lo hacen de forma dispersa y algunos se encuentran en zonas muy aisladas. El estado de las carreteras es muy precario y resulta muy encontrarle, proporcionarles asistencia o llevarles hacia los campos de refugiados”, asegura Hug. La ONU espera que el flujo continúe porque ambos bandos siguen reclutando y armando combatientes y las posturas están cada vez más radicalizadas. Por eso insisten en que es “crítico” que los países donantes den más dinero y mantengan, pese a la crisis en Japón y en Libia, el compromiso político con Costa de Marfil". (Beatriz Barral)

mercoledì 23 marzo 2011

Sono loro che se ne devono andare dall'Italia

"Non siamo noi a dover emigrare, ma loro a dover prendere gli elicotteri."Quì ed in molti altri luoghi, sento parlare laureati e lavoratori che se ne vanno all'estero, perché quì non c'è lavoro, non c'è meritocrazia, non c'è nessuno che rispetta leggi che vanno solo a danno dei cittadini. Sento padri e madri di famiglia che si costringono a infrangere i propri ideali, la propria dignità, pur di andare avanti. Sento politici che cambiano sponda e bandiera "perché a mali estremi..." e "vado dove c'è più bisogno", ma dimenticano ben presto le promesse elettorali. Io non me ne vado.Io non abdico i miei ideali.Io non scendo a patti con la mia coscienza.Io non accetterò o verserò mazzette per lubrificare ingranaggi, non pagherò pizzi, non sverserò e inquinerò perché meno costoso.So benissimo che questo Paese è in mano ai furbi (nel migliore dei casi) ed ai delinquenti (nel peggiore), ma non li lascerò vincere, non gli lascerò in mano il paese che amo solo perché loro sono più forti. Io sono più forte. Non guarderò mio figlio, tra vent'anni, confessando di aver contribuito al malaffare "perché tanto lo facevano tutti, così è la vita". Resterò coerente con me stesso, perché oggi la coerenza non è più un valore, ma si decide caso per caso. Non me ne vado all'estero, dove tutto è sì più facile, ma dove non è la mia patria. Lavoro per creare lavoro, inizierò una nuova attività nonostante gli ostacoli e lo scetticismo di chi mi circonda. Avrò successo o fallirò, ma l'avrò fatto nel mio Paese, nella mia Nazione. Io resto quì e la mia sola presenza sia di monito e minaccia per coloro che usano il MIO Paese per pulirsi le natiche e ingrossarsi il portafoglio. Li sto aspettando". (Bad, dal blog di Beppe Grillo)

Un governo e un parlamento di mafiosi, di corrotti e corruttori

"Va in porto il rimpasto di governo a lungo inseguito da Silvio Berlusconi, ma non senza intoppi. Saverio Romano ha giurato oggi al Quirinale in veste di nuovo ministro dell'Agricoltura, ma il presidente della Repubblica non ha mancato di manifestare le sue perplessità per le pesanti ombre giudiziarie 1 che gravano sull'esponente dei Reponsabili. Nonostante questo, davanti alle sempre più pressanti richieste di Iniziativa Responsabile, fondamentale per la sopravvivenza dell'esecutivo, Berlusconi ha dovuto andare avanti comunque. La nota del Colle. "Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - si legge in una nota del Colle - dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell'onorevole Romano a ministro dell'Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni". "A seguito della odierna formalizzazione della proposta da parte del presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego - prosegue il comunicato - Egli ha in pari tempo auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l'effettiva posizione del ministro". Parla il neoministro. La prima reazione di Romano è il "dispiacere" per la nota del Quirinale": "Non sono mai stato imputato". Pertanto, ipotizza una "confusione" da parte dell'ufficio stampa del Colle, visto che il comunicato diffuso è "contrario alla realtà" e "inoltre usa terminologie improprie". Napolitano, assicura il neoministro, "non pensa quello che è stato scritto". "Io sono con la coscienza a posto", aggiunge. Romano prende il posto di Galan, spostato ai Beni culturali, poltrona lasciata vuota dall'ufficializzazione delle annunciate dimissioni di Sandro Bondi. Proprio ieri il Giornale di Sicilia aveva rivelato l'intenzione del gip palermitano Giuliano Castiglia di non voler archiviare l'inchiesta che vede il neoministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Contro Romano resta in piedi inoltre anche un procedimento per corruzione, aggravata dal fatto che sarebbe stata finalizzata a favorire Cosa Nostra, nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.Il Quirinale replica. Passa poco e si fa vivo l'ufficio stampa del Colle che pur non commentando le affermazioni di Romano, invita a una lettura "più attenta" della nota "nella quale non viene attribuita la qualificazione di 'imputato'". Un modo per sottolineare come il Quirinale non si senta chiamato in causa dalle frasi del neoministro. Le reazioni. "La posizione di Napolitano dimostra in maniera incontrovertibile che Berlusconi non è più in grado di agire liberamente nella sua attività di governo. Ha dovuto sottostare al diktat dei Responsabili e nominare ministro Saverio Romano nonostante le note e annunciate perplessità del Quirinale - afferma il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino - è ormai evidente che siamo in una situazione senza precedenti che mette a repentaglio la libertà di azione del presidente del Consiglio". Per Massimo Donadi dell'Idv "un indagato per mafia non può fare il ministro". E anche il Pd parla di "debolezza" di Berlusconi che, "per puntellare la sua malandata maggioranza, ha dovuto sottostare a un vero e proprio ricatto".Soddisfatto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e leader di Forza del Sud Gianfranco Miccichè: "Finalmente da oggi il Sud può contare su un altro suo uomo in Consiglio dei ministri". A fianco del neoministro si schiera il titolare della Difesa Ignazio La Russa: "Romano, assolutamente incensurato, ha solo una pendenza in corso, cioè una richiesta di archiviazione di un avviso di garanzia. La Costituzione dice che uno è innocente fino alla Cassazione, ma doversi difendere dalle lungaggini di una richiesta di archiviazione che ancora non è arrivata, mi pare veramente pretendere troppo da chiunque". Quando Berlusconi disse... Era il 23 dicembre e il premier repingendo le accuse di "calciomercato" e di compravendita di parlamentari aveva aggiunto: "Non abbiamo nemmeno promesso cariche di governo. Si sono liberati posti in seguito all'uscita di Fli, ci sono 12-13 posti da assegnare ma nemmeno uno di questi posti verrà assegnato a coloro che per convinzione hanno dato supporto alla maggioranza in sostituzione di altri". La realtà, però, dice altro.Le tensioni tra i Responsabili. Il gruppo, secondo quanto riferito, si è riunito per festeggiare l'ingresso di Romano nell'esecutivo. Ma da aprte di alcuni deputati sarebbe partita la richiesta delle promesse nuovo nomine: "Ora è arrivato il tempo per la nomina dei sottosegretari". E' a questo punto che sarebbero emerse le contrapposizioni tra le varie componenti del gruppo: i Popolari dell'Italia di domani, fedeli a Romano, avrebbero rinnovato l'interesse per alcuni "incarichi di responsabilità " ma la richiesta sarebbe stata giudicata "eccessiva" dai presenti. A quel punto si sarebbe scatenata la 'bagarre': Pid contro il resto dei gruppi". (La Repubblica)

"La Camera dovrebbe sollevare conflitto di attribuzione contro il tribunale di Milano. La Giunta per le Autorizzazione di Montecitorio ha votato (11 sì Pdl-Lega-Iniziativa responsabile e 10 no, Pd, Udc, Fli, Idv) il parere favorevole. Domani arriverà invece il parere della giunta per il regolamento presieduta da Gianfranco Fini, quindi la decisione dell'ufficio di presidenza che dovrà stabilire se sulla materia sarà necessario un voto dell'aula della Camera, come richiesto dal Pdl.Ma dalla Procura di Milano fanno sapere che il processo non si fermerebbe anche qualora la questione del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato arrivasse davanti alla Corte Costituzionale, dopo il voto di Montecitorio. Nel parere la maggioranza scrive che la giunta "esprime che la Camera, a tutela delle sue prerogative costituzionali, debba elevare un conflitto d'attribuzioni nei confronti dell'autorità giudiziaria di milano, essendo stata da quest'ultima lesa nella sfera delle sue attribuzioni riconosciute dall'articolo 96 della costituzione". In pratica, per la giunta, hanno ragione i capigruppo della maggioranza nel ritenere che il reato di cui è accusato Berlusconi (concussione per la telefonata alla questura di milano) sia di natura ministeriale, avendo agito nella sua funzione di presidente del consiglio. Nel parere si sottolinea anche la necessità di una presa di posizione dell'assemblea della Camera "in quanto sede ultima delle decisioni della Camera, in particolare quando tali decisioni involgono rapporti con altri poteri dello Stato, attraverso un'iniziativa coerente e conseguente rispetto alle precedenti deliberazioni da esse assunte nella seduta del 3 febbraio, sorrette da valutazioni poi del tutto ignorate dai giudici".Il passaggio sull'aula sede ultima la decisione è stato censurato durante la riunione da Futuro e Libertà. Nino Lo Presti ha infatti sottolineato che questo passaggio non può impegnare nè la Giunta del regolamento, convocata per domani, nè l'Ufficio di presidenza. Si tratta "di un riferimento improprio - ha detto Lo Presti - che non è materia della Giunta". Il Pd invece attacca l'arrivo "in extremis" dei due Responsabili Elio Belcastro e Bruno Cesareo (senza di loro la maggioranza sarebbe andata sotto). I due parlamentari sono arrivati nella sala della giunta per le autorizzazioni a procedere solo alle 11:30, nonostante l'assemblea fosse convocata invece dalle 9:15. Un arrivo trafelato che non passa inosservato. Tanto che i parlamentari dell'opposizione, tra cui Marilena Samperi del Pd, fanno notare: "I due responsabili sono arrivati nella sala della giunta quando stavano circolando le notizie della nomina di Saverio Romano a ministro dell'Agricoltura: "L'affaire Ruby, già torbido e mortificante, si arricchisce di elementi inquietanti che non fanno certo bene alle istituzioni e avvalorano la tesi di un presidente del consiglio ricattato". (La Repubblica)

lunedì 21 marzo 2011

L'Onu intervenga in Costa d'Avorio


Due pesi e due misure. Sono favorevole all'intervento dell'Occidente in Libia. Ritengo anzi che sia stato tardivo dopo che un pazzo ammazzava con cecchini, mercenari, bombe ed aerei il suo stesso popolo che diceva di amare e che 'lo amava'. E' vero che sta succedendo, in forma minore, la stessa cosa in Yemen, Bahrein e altri parti del mondo, ma non con lo stesso bisogno di intervento immediato. La situazione è invece già esplosiva in Costa d'Avorio, dove ci sono già migliaia di caschi blu da diversi anni, ma che non servono a niente perché non possono intervenire direttamente per cacciare un altro pazzo, tale Gbagbo, che ha un'esigua minoranza nel Paese e che appartiene ad un'etnia anch'essa minoritaria, che sta riducendo la Costa d'Avorio ad una nuova Liberia, nonostante fosse la terza nazione più ricca dell'Africa, prima esportatrice di cacao e seconda di caffé. Anche qui bisogna intervenire in maniera più decisa perché la situazione è già fuori controllo e la popolazione inerme è già oggetto di soprusi e nefandezze. Come Comitato per la pace in Costa d'Avorio stiamo raccogliendo fondi per portarli direttamente a mano nel Paese, l'unico modo per farglieli avere per comprare cibo di prima necessità, perché qualsiasi tipo di sportello finanziario non funziona più. Chi vuole dare una mano può versarli sul conto corrente postale 40843039, intestato a Brindisi Antonio, causale 'Comitato per la pace in Costa d'Avorio'.


"Circolano i carri armati nella capitale della Costa d'Avorio, tra incendi, macerie e cadaveri abbandonati. Alcuni mezzi blindati, agli ordini del presidente uscente, Laurent Gbabgo, che si rifiuta di lasciare il potere, sono entrati nel quartiere Abobo, poco dopo che colpi di mortario avevano ammazzato una trentina di civili. Sono stati visti soldati dar fuoco a negozi e automobili lungo le strade di Abobo, che è sotto il controllo dei fedelissimi dell'uomo che le Nazioni Unite hanno riconosciuto come vincitore delle elezioni presidenziali di quattro mesi fa, cioè Alassane Ouattara. E' guerra civile. E tutto ha origine dagli scontri tra i fedeli ad Alassane Outtara, e Laurent Gbagbo, il capo dello stato uscente che rifiuta l'esito delle elezioni e che sta tentando di assumere il controllo della produzione del cacao, di cui la Costa d'Avorio è il primo produttore al mondo. Il risultato è un aggravarsi della situazione umanitaria, con centinaia di migliaia di sfollati e conseguente paralisi dell'economia. La situazione è così grave che persino l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha annunciato di aver dovuto ritirare il personale internazionale in alcune città. Mentre la capitale Abidjan è stata attraversata da un corteo di donne che chiedono l'uscita di scena di Gbagbo.Ci rimettono solo i civili. In questo clima di guerra civile, che oltre tutto continua a mettere sotto pressione i mercati internazionali del cacao e facendo salire alle stelle i prezzi del prodotto, di cui la Costa d'Avorio è il primo produttore mondiale, a subire le conseguenze peggiori è la popolazione civile, che paga - come sempre - il prezzo più alto". (La Repubblica)
"NON è mai cosa semplice giustificare una guerra, per chi è mandato al fronte ma anche per chi ha l'incarico di iniziarla, di deciderne i fini e la fine. Non è facile neanche per chi, sui giornali, cerca di dire la verità della guerra, le sue insidie. La più grande tentazione è di rifugiarsi nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nelle menzogne. Frasi del tipo: nessuna guerra è buona; nessun politico ragionevole s'impantana in paesi lontani; nessuna guerra, infine, va chiamata guerra. Il governo italiano è specialista di quest'ultima menzogna: la più ipocrita. Né si limita a mentire: un presidente del Consiglio che si dice "addolorato per Gheddafi" senza sentir dolore per le sue vittime non sa la storia che fa, né perché la fa. A questi luoghi comuni sono affezionati sia gli avversari incondizionati delle guerre, sia i governi che le guerre le fanno senza pensarle, o pensandone i moventi (petrolio e gas libici) senza dirli. I luoghi comuni sempre rispondono al primo istinto, più facile. Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel '38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: "Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla". Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale, nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c'è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell'indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell'indifferenza. L'Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1,7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza "non pregiudica l'applicazione di misure coercitive a norma del capitolo 7": capitolo che chiede al Consiglio di sicurezza di accertare "l'esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione", e gli consente (se l'aggressore non è dissuaso) di "intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite" (articoli 39 e 42 del capitolo 7).Le Nazioni Unite hanno commesso innumerevoli errori in passato, ma i peccati maggiori sono stati di omissione, non di interventismo: basti pensare al genocidio in Ruanda, cui Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni militari Onu, restò indifferente nel '94. Nonostante ciò l'Onu è l'unico organismo multinazionale che possediamo, la sola risposta ai luoghi comuni di cui il nazionalismo è impregnato. La sua Carta non è diversa dalle Costituzioni pluraliste dei paesi usciti dal nazifascismo come l'Italia e la Germania. Non è lontana, pur mancando di autorevolezza sovranazionale, dallo spirito dell'Unione europea: l'assoluta sovranità non è inviolabile, se gli Stati deragliano. D'altronde l'Onu ha imparato qualcosa dal Ruanda. Nel 2005, su iniziativa dello stesso Kofi Annan, ha approvato il principio della "Responsabilità di proteggere" le popolazioni minacciate dai propri regimi (Responsibility to Protect, detto anche RtoP), anche se è imperativa l'approvazione del Consiglio di sicurezza. È il principio invocato in questi giorni a proposito della Libia.A partire dal momento in cui questa responsabilità viene codificata, lo spazio delle ipocrisie si restringe e più intensamente ancora le ragioni della guerra vanno meditate: specie nei Paesi arabi, dove spesso dominano tribù anziché Stati moderni. Anche questo è difficile: dai tempi di Samuel Johnson sappiamo che "la prima vittima delle guerre è la verità", e quest'antica saggezza va riscoperta. Se l'Italia "non è in guerra", cosa fanno i nostri caccia nei cieli libici? Pattugliano per far scena, senza difendersi se attaccati, addolorati anch'essi per Gheddafi? È questo, ministro Frattini, quel che dice agli aviatori? Frattini riterrà la domanda incongrua, e lo si può capire. È lo stesso ministro che il 17 gennaio, in un'intervista al Corriere, definì Gheddafi un modello di democrazia per il mondo arabo: un mese dopo la Libia esplodeva. Come mai la maggioranza non l'ha estromesso dal governo, come i gollisti hanno fatto col ministro degli esteri Michéle Alliot-Marie?Ma forse c'è un motivo, per cui le parole vane si moltiplicano. In parte nascono da vecchi riflessi, impermeabili all'esperienza. In parte sono frutto di una confusione mentale profonda: l'Onu è di continuo invocata, ma quando agisce e l'America di Obama sceglie la via multilaterale molti perdono la bussola. In parte è l'Onu, prigioniera dei protagonismi nazionali, a evitare parole chiare. Di qui le tante ambiguità della risoluzione sulla Libia: un testo che vuol accontentare tutti e in realtà non sa quello che vuole, né quello che non vuole. Perfino sulla questione cruciale regna il buio: non si vuol spodestare Gheddafi, e però non pochi chiedono proprio questo. Il primo a tentennare è Obama: stavolta non vuole cambi di regime alla Bush, ma il risultato è che ciascuno nell'amministrazione dice la sua come in un giardino d'infanzia. Il 18 marzo il Presidente annuncia che "il cambiamento nella regione non sarà e non può esser imposto dagli Usa né da alcuna potenza straniera: in ultima istanza, sono i popoli del mondo arabo a doverlo compiere". Tre giorni dopo, il 21 marzo in Cile, ripete che la missione è proteggere i civili ma aggiunge: "La politica degli Stati Uniti ritiene necessario che Gheddafi se ne vada: tale politica sarà sostenuta da mezzi aggiuntivi". Ben altro aveva detto domenica il capo di stato maggiore Michael Mullen: l'obiettivo è di "limitare o eliminare le capacità del dittatore di uccidere il proprio popolo e di sostenere lo sforzo umanitario", non di provocare un cambio di regime. Per lui, Gheddafi può anche restare al potere.Non è l'unica ambiguità: gli interventisti proclamano di non volere occupazioni né attacchi terrestri, ma nutrono parecchi dubbi in proposito. Anche perché con la sola aviazione e gli spazi aerei interdetti si ottiene poco, o peggio ancora: in Bosnia-Erzegovina, la no-fly zone fra il '93 e il '95 non impedì il massacro di 8000-10000 musulmani bosniaci a Srebrenica, città sotto tutela dell'Onu. Non meno equivoco è il ritardo con cui l'Onu interviene. Il divieto di sorvolo poteva essere imposto prima, quando Gheddafi non aveva ancora riconquistato città e creato una spartizione di fatto della Libia. Uno dei difetti dei cieli interdetti è la scelta dei tempi. Le no-fly zone in Iraq (1991-2002) furono istituite dopo che a Nord l'orrore era già avvenuto (3.000-4.000 villaggi curdi distrutti da Saddam con armi chimiche, nell'88, più di 1 milione di morti), e nel Sud il divieto restò inascoltato.L'Europa non solo è inesistente, ma pericolosa nella sua frantumazione: la scommessa fatta da Obama sulla sua autonomia è fallita, e non per sua colpa. Uno dei motivi per cui Lega araba è incollerita pur volendo l'intervento è la fretta di Sarkozy, che ha fatto partire i propri aerei senza mai consultare gli arabi. Non basta qualche aereo del Qatar per riempire il vuoto, abissale, di politica. Sarkozy interventista pensa ai suoi casi elettorali non meno della Merkel anti-interventista: di qui il litigio sulla guida o non guida della Nato. Quanto all'Italia, vale la pena ricordare quel che scriveva oltre un secolo fa lo scrittore Carlo Dossi, consigliere di Crispi: "La politica internazionale attuale dell'Italia non è che politica di rimorchio. L'Italia governativa non ha più propria opinione, né ardisce mai d'iniziare un affare o un'impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace e ubbidisce".Ancora non sappiamo se il mondo arabo sia scosso da tumulti, da clan rivoltosi, o da rivoluzioni che edificano nuovi Stati. Una cosa però già la sappiamo: una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo. La settimana scorsa, la Bbc ha diffuso un dibattito organizzato dalla Fondazione Qatar (il Doha Debate) in cui una platea di giovani arabi discuteva dell'Egitto. La maggioranza ha votato una mozione in cui si chiede di non indire subito le elezioni, perché la democrazia "non si esaurisce nelle urne": è fatta di infrastrutture democratiche, di costituzioni garanti delle minoranze, di separazione dei poteri. Ha detto Marwa Sharafeldine, attivista democratica egiziana: "La democrazia fast-food può solo creare indigestioni". Non lascia spazio che ai ricchi, agli organizzati come i fondamentalisti islamici. Pensando all'Italia, ho avuto l'impressione che anche noi avremmo bisogno di partecipare a questa conversazione mondiale, cominciata in ben sedici Paesi arabi. Forse impareremmo qualcosa sulle nostre democrazie fast-food: dove regnano i clan, le cerchie di amici, e i capipopolo che si sentono in tale fusione col popolo da ritenersi, come Gheddafi, politicamente immortali". (Barbara Spinelli)

Truman show all'amatriciana. La claque a pagamento entra in tribunale

"L'Italia è un paese immerso nello show da parecchi anni, ma la scena che si è vista ieri al tribunale di Milano era ancora inedita: la claque in un aula di giustizia. Era già capitato, in passato, di udire strepiti e invettive levarsi dal ridotto pubblico che assiste ai processi: ma in genere si trattava di parenti degli imputati o delle vittime, scossi da qualche sentenza.Altre manifestazioni, alcune molto civili altre meno, si erano dipanate attorno ai palazzi di Giustizia, che sono diventati, loro malgrado, un palcoscenico non secondario del lungo sfacelo di una classe dirigente. Ma quella di Milano è stata una piccola premiere: tifosi organizzati, con volti e linguaggio da studio televisivo del pomeriggio, hanno pensato che il processo fosse un ottima occasione per dare corpo, sia pure in miniatura, al loro amore per "Silvio".Le parole e i concetti espressi davanti all'occhio crudele delle telecamere non facevano pensare a un'adunata politica: per lo meno non in senso classico. Piuttosto, replicavano il giubilo emotivo dei fan di un cantante o di un attore, quei crocchi di teen-ager o di massaie che cingono d'assedio l'Ariston quando c'è il Festival, o i mega-store dove si firmano gli autografi. La star non c'era ("ci fosse stato Lui saremmo stati il doppio", ha dichiarato una delle creature presenti), ma c'erano i suoi avvocati, portati in trionfo come body guard che vegliano sulla Sua incolumità.Naturalmente, anche una folla di giuristi e costituzionalisti schiamazzanti, benché più autorevole e ferrata in materia, sarebbe stata cortesemente allontanata dalle forza dell'ordine. Ma l'idea di totale incongruenza politico-giuridica che eruttava dalle parole e dal comportamento dei Silvio-boys (and girls) rimanda direttamente allo sfascio strutturale del discorso pubblico di questo Paese, affidato alle viscere, ai moti affettuosi e/o ringhiosi, alle affermazioni più rudimentali ("io sto con lui qualunque cosa abbia fatto", "lasciatelo lavorare", "smettetela di prendervela con lui"). Chiunque, e in qualunque veste, abbia assistito a un processo importante, ne conosce la grave, quasi inquietante solennità. Poiché si parla di colpa e di innocenza, e si decidono destini umani, si suole ascoltare e tacere, e a volte tremare o impietosirsi. Si sente, si capisce che nessun pregiudizio può mettere in secondo piano, nella drammaturgia processuale, il giudizio. E questo può piacere o non piacere (più spesso: non piacere), ma appartiene alle convenzioni di una comunità civile. Tanto è vero che nei film e telefilm di genere, quando l'arringa è pronunciata o la sentenza emessa, il giudice, severo e autorevole, invita a sgomberare l'aula al primo mormorio irriverente. E perfino nei vari para-processi televisivi nei quali magistrati in pensione dirimono le liti tra figuranti, nessuno si è ancora sognato di introdurre un pubblico vociante.Benché ingozzati di televisione fino a stordirsene, i berluscones affluiti ieri a Palazzo di Giustizia non hanno messo a profitto queste solide tradizioni. Fiocco azzurro sul petto, volevano dare voce al loro ardore contro le toghe rosse e le astruse congiure (ah, quei difficili articoli di legge, ah quei faldoni più opprimenti di un libro) ai danni del loro "Silvio", che ha ragione in quanto Silvio, e in quanto Silvio è al di sopra di ogni banale impiccio giuridico. Ora si spera che animosi di opposto sentire non vogliano costituire una claque colpevolista. Ai processi, se non si è avvocati o giudici o imputati, si ascolta e si tace. Simbolicamente, fare sgomberare l'aula processuale serve anche a ricordare che non tutto, nella vita, è applausi e fischi. Per quanto stupefacente, è una notizia che in qualche maniera, o prima o dopo, riuscirà ad arrivare anche alle orecchie dei settori meno avveduti dell'audience nazionale". (Michele Serra)