mercoledì 31 marzo 2010

I salta fossi

C'è una razza di esseri umani che non amo: i salta fossi. Cioé quelli che passano da una realtà all'altra con l'aria dei saccenti, sindacalisti che diventano politici, veline che esprimono commenti. Di uno vorrei parlare, che fra l'altro è mio cugino di primo grado e l'ho tenuto ed amato da quando era piccolo. Si chiama Andrea Romano e ogni tanto lo si vede in tv discettere su questo o l'altro argomento con fare da saputello. Un vero salta fossi, che non si occupa dei problemi di casa sua e di chi l'ha amato, ma è bravo a parlare di grandi temi. Ora è direttore di "Italia Futura", la nuova fondazione di Luca Cordero di Montezemolo. Ha iniziato con la laurea a Pisa, grazie anche all'aiuto di mia madre, poi nelle fondazioni di sinistra, la "Antonicelli" a Livorno, dove è nato e cresciuto, poi la "Gramsci", quindi a "Italiani Europei" di D'Alema, per poi passare alla saggistica dell'Einaudi, agli editoriali della "Stampa", del "Riformista" e del "Sole 24 ore", ora docente di storia contemporanea all'università di Tor Vergata a Roma, scrivendo anche qualche libro su Tony Blair e la nostra scalcinata sinistra. Passa per un conoscitore del mondo della sinistra italiana ed europea, del Novecento, è sposato con una discendente di Cavour ed è il re dei salta fossi. Quello che dice però è di un'ovvietà assoluta e, forse con un po' di una mia malcelata invidia per il suo grande successo, conoscendolo per quello che è, odiando la sua spocchia e il suo disinteresse per i luoghi dove è cresciuto, come l'isola di Gorgona, e per i suoi parenti più stretti, compresa la mamma che non c'è più, non sopporto quell'aria di saputello che però non dice niente di nuovo. Caro Andrea, anche se non ti fai più sentire perché la spocchia è aumentata e ti fa comodo non vedermi e sentirmi, ni piacevi di più quando non eri nessuno e ti piaceva ascoltare i Queen, giocare a scacchi con me e divertirsi nelle acque di Gorgona. Ora non ri riconosco più e non ti capisco. A prescindere.

Picchi


La sfida che ci attende

"L'effetto simbolico del Lazio e del Piemonte che cambiano di segno politico fa pendere la bilancia elettorale dalla parte di Silvio Berlusconi, che era entrato indebolito nella cabina elettorale e ne è uscito rafforzato: tutto il resto è chiacchiera. In gran parte, il Cavaliere gode per la vittoria altrui a cui ha pagato un prezzo, consegnando alla Lega le chiavi di due grandi regioni settentrionali e dunque il governo diretto del territorio, con il passaggio dalla Padania immaginaria all'Italia reale. Ma intanto Bossi con la sua vittoria personale consegna tutto il Nord al Cavaliere, ad eccezione della Liguria, e dunque consente all'impero berlusconiano di allargarsi da est a ovest, senza veder mai tramontare il sole della destra.Un'alleanza a ruoli invertiti nel Nord, con Bossi che diventa nei fatti il Lord Protettore di un berlusconismo declinante nella sua parabola, ma ancora capace di costruire vittorie. E un'alleanza sotterranea ma evidente a Roma con la Chiesa, che ha trasformato il Lazio in un totem, abbracciando il Gran Pagano pur di sconfiggere Emma Bonino, con i vescovi che scendono in campo nel 2010 italiano non per difendere un valore ma per dare un'indicazione esplicita di voto, come una qualsiasi lobby secolare, mondana e ultraterrena.Al centro di questo sistema, un Cavaliere invecchiato e forse stanco, ipnotizzato dai suoi stessi malefici dopo un anno di scandali e rincorse giudiziarie, assorbito da sé oltre la normale patologia, circondato dai falsi movimenti di generali e colonnelli che preparano esplicitamente il dopo senza averne il talento e il coraggio. Un leader incapace da un anno di produrre alcunché - salvo le leggi ad personam per sfuggire ai suoi giudici - né politica né amministrazione, cioè governo. E tuttavia resta una differenza notevole, fortissima, tra il Berlusconi Premier e il Berlusconi campaigner, tra l'uomo di governo e la macchina elettorale. Quella macchina ancora una volta ha funzionato, tra vittimismi, accuse, attacchi, promesse, denunce, spostando a Roma i voti dalla lista Pdl che non c'era alla Polverini, come un alchimista. E anche questa è politica, quando riesce a convincere il Paese, e a riacchiapparlo nelle urne dopo averlo in parte perduto.
L'indebolimento a cui stiamo assistendo da un anno, dunque, non è tanto della leadership che ha una sua forza materiale e sta in qualche modo nella pancia del Paese, in un rapporto tra leader e popolo fatto di protezione reciproca, con il Capo che comanda ma chiede aiuto, quando ne ha bisogno perché si sente assediato dai disastri autofabbricati. L'indebolimento è della proposta politica e della sua capacità di guida, con il nucleo fondante di Forza Italia che ricorda la vecchia Dc declinante, negli anni in cui doveva cedere quote sempre più rilevanti di potere agli alleati con la convinzione di poter conservare il comando. Soltanto che qui la parabola non è ideologica ma biologica, nel senso che la politica e le sue scelte sono una variabile della biografia del leader, non dei valori di un partito o dei bisogni del Paese.Sei regioni a destra, di cui quattro riconquistate, il segno del comando sul Nord, sono la cifra del successo di Berlusconi. Sotto questo risultato si allarga però la realtà di un declino che ha portato il Pdl al 26,7 per cento contro il 32,3 delle europee del 2009, il 33,3 delle politiche 2008 e il 31,4 delle regionali 2005, dove l'esito fu disastroso. E' la crepa che abbiamo segnalato un anno fa, alle elezioni europee, quando il Cavaliere ruzzolò dieci punti sotto le previsioni trionfalistiche della vigilia, grazie ai suoi scandali personali, quindi politici. Quella crepa dunque lavora, dopo un anno passato dal Premier ad inseguire un guaio dietro l'altro, con abusi di potere, forzature e prepotenze. Anzi, la crepa si allarga, tanto che senza l'energia politica - ma privata - della Lega, la consunzione di Berlusconi sarebbe evidente a tutti.Paradossalmente, dunque, il Paese è contendibile, dopo un quindicennio di sovranità berlusconiana. Questo è un dato di fatto di grande importanza, confermato dal voto. Nelle 13 regioni dove si è votato, il fragile bipolarismo italiano vede il Pdl al 26,7, il Pd al 26,1, seguiti dalla Lega al 12,28, da Di Pietro al 7,2, da Casini al 5,5 per cento. Il Paese è contendibile, ma questo Pd non è oggi in grado di contenderlo. Ecco il problema. Bersani, che è arrivato da poco alla guida del partito, può contare le sette regioni conquistate contro le sei del Polo, per concludere che il Pd è tornato in gara. Ma non si può pensare di governare un Paese se si è esclusi dal Nord, se si precipita al 28 per cento nel Nordest e se si pensa di parlare ancora al Nordovest dai gloriosi cancelli di Mirafiori: senza sapere che nel nuovo piano Fiat tra pochissimi anni dietro quei cancelli ci saranno appena 2500 persone, perché il mercato del lavoro è cambiato, come la fisionomia di Torino, come la natura stessa del Piemonte, dove in tutta la provincia la Lega, urlando, ha sostituito il mormorio governativo della Democrazia cristiana: e il trapianto è riuscito.L'astensione che penalizza il Cavaliere (ma non i partiti identitari, come la Lega e il movimento di Di Pietro) precipita anche addosso al Pd. Il che significa, molto semplicemente, che il principale partito d'opposizione non intercetta il malcontento dell'elettorato di maggioranza, e in più produce in proprio ragioni d'insoddisfazione. Dunque non funziona né l'opposizione, né la proposta di alternativa. D'altra parte il Pd si è esercitato principalmente, in questi mesi, nella costruzione di un "meccano" di alleanze, come se la politica fosse riassumibile dalla sola aritmetica, e come se l'identità e la natura di un partito non fossero più importanti di qualsiasi tattica. Gli elettori non sanno se il Pd è un partito laico, in un Paese in cui la Chiesa si muove come un soggetto politico; non sanno se è una forza di opposizione, con tutte le offerte di dialogo che alcuni suoi uomini specializzati rivolgono quotidianamente al Cavaliere, qualunque cosa accada; non sanno nemmeno se è di sinistra, in un Paese in cui la destra - e destra al cubo - mostra il suo vero volto in ogni scelta politica, istituzionale o sociale.In più, c'è un problema di selezione delle élite, di politica dei quadri, di scelta dei candidati. Che senso ha candidare Loiero in Calabria, per poi fermarsi al 32 per cento? E che senso ha la guerra a Vendola, governatore uscente maledetto dal partito pochi mesi fa senza una ragione logica, e oggi salutato come il vincitore delle regionali da chi lo ha combattuto? La realtà è che il Pd ha un senso se è un partito nuovo non solo dal punto di vista delle eredità novecentesche, ma anche nella forma, nel metodo e nel carattere: un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, attento alle risorse, ai talenti e alle disponibilità democratiche che esistono in mezzo alla sua gente, senza che i dirigenti lo sappiano. Come esiste, tra gli elettori di sinistra e anche tra coloro che - sbagliando - si sono astenuti, un orizzonte italiano diverso da quello immobile e unico del berlusconismo. Un Paese che non è "anti", come viene raccontato dai cantori di comodo: è semplicemente diverso, perché conserva l'idea di una moderna democrazia costituzionale, di uno Stato di diritto, della legalità, della libertà, dell'uguaglianza. Un'Italia che per queste ragioni si oppone a Berlusconi, e chiede piena rappresentanza.Rappresentare fino in fondo quest'Italia significa acquistare autonomia culturale e politica, indispensabili in questa nuova fase in cui le fanfare unificate dei regi telegiornali proclamano già l'avvio del "dialogo" per le riforme, che cominceranno proprio con la giustizia. Un'autonomia che consentirà di approfondire le contraddizioni dentro la destra (come la sconfitta di Brunetta e Castelli, o le dimissioni di Fitto da ministro), di vigilare sulla manomorta della Lega sulle banche attraverso le fondazioni, sui problemi che nasceranno dall'incrocio maldestro del nuovo federalismo col vecchio statalismo che non si lascia smontare.C'è parecchio lavoro da fare, nell'interesse del Paese, per evitare che l'avventura berlusconiana si compia al Quirinale. Non ultimo, cercare un leader che possa sfidare il Cavaliere e vincere, come avvenne con Prodi: e cercarlo in libertà, anche fuori dai percorsi obbligati di età, di appartenenza e di nomenklatura. Forse, anche a sinistra è arrivata l'ora di un Papa straniero". (Ezio Mauro)

lunedì 29 marzo 2010

Gite


Italia ostaggio della lega

Le elezioni regionali le ha vinte la lega. Lo scrivo minuscolo perché considero questo partito un cancro che sta uccidendo la civiltà italiana in nome di un'appartenenza becera ed ignorante. Guardando l'esito del voto non riesco a farmi una ragione di come una buona parte degli italiani possa ancora votare un personaggio come berlusconi e chi ha tessuto alleanze con lui. Certo la sinistra non brilla proprio per niente e la scelta dei suoi candidati fa acqua da tutte le parti. Sono residente all'isola di Gorgona, dove ho votato per il presidente della Toscana che ha vinto con il 60 per cento dei voti. Vorrei che tutte le regioni fossero come quella a cui appartengo ma oggigiorno forse sono in controtendenza. Lavoro a Roma e vedere la capitale e il Lazio in mano alla destra mi traumatizza. Ma che dire di una sinistra che aveva un marrazzo deficiente come suo prescelto? Quest'Italia leghista non mi piace: voglio crescere verso il mondo e non rintanarmi in beceri campanilismi. L'Italia sembra andare in senso opposto. Io farò di tutto per andare controtendenza.

domenica 28 marzo 2010

Votare per ripristinare la legalità

"Molti giudicano questa lunga campagna elettorale come la più brutta che ci sia mai stata, ma non è vero. È stata come le altre. Io ne ricordo moltissime; il mio primo voto lo diedi nel referendum del 1946, perciò le ho viste tutte e ad alcune ho anche attivamente partecipato. Ricordo i baffoni di Stalin e gli insulti ai «forchettoni» della Dc che campeggiavano nei manifesti del Partito comunista e - dalla parte opposta - le madonne pellegrine portate in giro per l'Italia e gli impiccati a Budapest e a Praga nei manifesti della Democrazia cristiana. Questa che oggi si conclude è stata un caleidoscopio di fatti interni e internazionali sconnessi tra loro ma ricuciti dal possibile influsso sulla psiche degli elettori che oggi andranno o non andranno alle urne. Per eleggere tredici presidenti di Regione, alcuni presidenti di Province e sindaci di Comuni: 41 milioni di cittadini, un campione imponente di popolo sovrano bombardato dai messaggi della televisione. Pesa o non pesa la televisione sul voto degli elettori? Alcuni esperti dicono di sì, altri di no. Io dico che pesa poco per quello che dice, ma pesa moltissimo per quello che non dice. Dove manca il pluralismo delle voci e il racconto della realtà si sviluppa su un unico spartito senza contraddittorio, il peso può essere decisivo. Tutti i regimi autoritari o addirittura dittatoriali si reggono proprio su questo elemento mediatico: un racconto monocorde dei fatti che ha come scopo quello di trasformare il voto democratico in un plebiscito all'insegna degli slogan prevalenti. Nonostante questa indubitabile prevalenza mediatica di una sola parte sulle altre, questa volta qualcosa è cambiato. Forse non molto, ma qualcosa sì. Ho riletto gli appunti del mio taccuino dove ho scritto le emozioni più vivaci registrate nei giorni scorsi. Quelle che ho ancora davanti agli occhi mentre tra poco andrò ad imbucare la mia scheda nell'urna, sono tre.
La prima è il giuramento dei tredici candidati governatori di centrodestra nelle mani di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni: una scena grottesca, di una scorrettezza costituzionale macroscopica. La seconda avviene a Torino durante un comizio di Berlusconi insieme al candidato leghista Cota. Il presidente del Consiglio, dopo aver ricordato che tra gli obiettivi che il governo si è dato c'è quello di sconfiggere il cancro nei prossimi tre anni (una promessa che batte ogni record di incredibilità in una campagna elettorale) si impegna a dotare il Piemonte d'un grande centro d'eccellenza oncologica se Cota vincerà le elezioni. Se le perderà il centro oncologico non ci sarà. Insomma le cure anticancro sono subordinate alla vittoria di Cota. Non vi sembra pazzesco?
La terza emozione l'ho avuta quando, seguendo lo spettacolo di Santoro la sera di giovedì scorso dal Paladozza di Bologna, ho visto le interrogazioni che Mussolini rivolgeva alla folla radunata in piazza, seguite dalle analoghe interrogazioni che Berlusconi propone a sua volta al pubblico dei suoi club «meno male che Silvio c'è». Un'analogia sconvolgente. Si dice: quella di Mussolini era una tragedia e questa d'oggi è una farsa. È vero, con l'avvertenza tuttavia che anche le farse possono finire in tragedia quando hanno come effetto quello di manipolare la pubblica opinione.
Tre episodi, tre emozioni. Su di me hanno avuto l'effetto di confermare il mio sentimento di pericolosità per i colpi che atteggiamenti del genere da parte di un personaggio che ricopre una delle massime cariche dello Stato sferrano sull'assetto democratico del Paese. Per completare il quadro sono rispuntati fuori gli anarchici insurrezionalisti, inviando buste con dentro polvere da sparo o bossoli di rivoltella. Costa solo un francobollo mandare in giro messaggi deliranti. Ma hanno un loro obiettivo: quello di ottenere un effetto mediatico. A vantaggio di chi?
Il signor B, come molti scrivono per risparmiare lo spazio di scrittura, ha detto ieri nelle sue sette apparizioni televisive «a reti unificate» che il risultato di queste elezioni non avrà alcun effetto sul governo da lui presieduto che proseguirà la sua proficua attività fino alla fine della legislatura.
Non è vero, un effetto lo avrà. Se perderà, la «fin de règne» subirà una forte accelerazione; se vincerà, le spinte verso lo stravolgimento costituzionale per un regime autoritario diventerà devastante. Lo si capisce dall'elenco delle riforme da lui stesso elencate: subito una «grande grande riforma della giustizia», la legge sulle intercettazioni, il presidenzialismo con l'antipasto di un voto nei gazebo del Popolo della Libertà. Tre pietre miliari per l'assetto autoritario e cioè, in parole semplici: il ritorno dei Procuratori del Re, la censura sulla stampa e sulle televisioni e infine tutto il potere nelle mani di un solo uomo. Prospettive fosche. L'opposizione si batterà per arginare uno «tsunami» di simili dimensioni, ma sarà come affrontare con archi e frecce un esercito di carri armati. In «Avatar» gli armati di archi e frecce sconfiggono i carri armati, ma l'ipotesi che una impresa del genere si avveri nella realtà mi sembra azzardata. L'occasione di fermarli è oggi, domani sarà molto più difficile. Lo sanno anche Fini e Casini, ma non sembra abbiano scelto le mosse giuste in questa campagna elettorale.
Resta da esaminare chi potrà cantar vittoria domani sera a schede scrutinate. I protagonisti si sono tenuti prudenti; Lui ha fissato l'asticella della vittoria a quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria; Bersani a sette Regioni su tredici in lizza: Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Liguria, Basilicata, Puglia. Ma le cose non stanno esattamente così. Affinché ci sia una vittoria del centrodestra occorre che, oltre alle quattro regioni già sicure, si aggiungano il Lazio e il Piemonte. Anche per il centrosinistra, in aggiunta alle sette già indicate, ci vuole l'aggiunta del Lazio e del Piemonte. Ciò significa che sarà il risultato di Roma e di Torino a decidere la partita. Il Lazio soprattutto, ed è proprio in Lazio che invece sia Casini sia Fini hanno scelto la parte sbagliata puntando sull'equivoco Polverini. Un equivoco e non a caso Polverini ha giurato insieme agli altri dodici «apostoli» sul palco di piazza San Giovanni nelle mani dell'Imperatore dimenticando che un presidente di Regione eletto dal popolo non può che giurare sulla Costituzione.
Nelle due regioni decisive il risultato è più che mai nelle mani degli indecisi. Se gli indecisi che votarono centrodestra nelle precedenti elezioni si asterranno e se gli indecisi di centrosinistra andranno invece a votare, la vittoria sarà a sinistra; se avverrà il contrario l'esito premierà il signor B. Questa è la posta e queste le condizioni della partita.
Non è dunque un caso che il recente pronunciamento del cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale, sia stato un oggetto contundente mirato contro la Bonino e la Bresso. Scagliato nell'ultima settimana elettorale e stentatamente rappezzato due giorni dopo con un documento dei Vescovi liguri che valorizzava il tema del lavoro e dell'accoglienza degli immigrati allo stesso livello della scomunica vescovile contro l'aborto e il controllo delle nascite. Peggio la pezza del buco. La risposta della Bonino e della Bresso è stata ineccepibile dal punto di vista della logica: la legge e il referendum che hanno disciplinato quella delicatissima materia non sono stati in favore dell'aborto ma contro l'aborto clandestino ed hanno avuto infatti l'effetto di farne diminuirne il numero. Questa logica avrebbe dovuto essere ben presente al cardinal Bagnasco e ai Vescovi italiani; invece hanno puntato anche loro non sulla ragione ma sull'emotività dimenticando perfino che l'intera questione non ha alcuna pertinenza con le Regioni ma riguarda il Parlamento nazionale.
Si è dunque voluto consapevolmente intervenire in favore di uno schieramento politico contro l'altro. È accettabile un intervento di questa natura e di queste dimensioni? Un intervento ad orologeria, sette giorni prima d'un appuntamento elettorale? Alcuni «terzisti» professionali raccomandano di non ridurre quest'improvvida iniziativa episcopale al «solito scontro tra clericali e laicisti». Hanno ragione, ma qui non si tratta di clericali, bensì dell'episcopato italiano e di chi pretende di rappresentarlo. Se la pretesa non fosse legittima i dissenzienti dovrebbero dissociarsene con la tanto invocata trasparenza. Se non lo fanno significa che le loro opinioni sono conformi a quelle di chi presiede la Cei. Comunque i Vescovi non meritano l'appellativo di clericali: sono a tutti gli effetti i discendenti degli apostoli, quelli ai quali Gesù dette il potere di «legare o sciogliere»; sono i depositari della predicazione, della dottrina e del pastorale esercizio della cura delle anime ad essi affidate.
Quanto ai laicisti, non so chi siano. Ci sono i laici, che siano credenti o non credenti o diversamente credenti. La discussione nel caso specifico riguarda i tre lati di un triangolo: i Vescovi, i laici, lo Stato italiano che è - o dovrebbe essere - uno Stato laico. La Chiesa ha legittimamente uno spazio pubblico nel quale può propagandare le sue idee in piena libertà, come qualsiasi altra entità, associazione, partito, cittadini. Deve tuttavia astenersi dalla prescrizione di un voto elettorale così come deve astenersi dall'interferire sui comportamenti dei cattolici che abbiano incarichi elettivi e istituzionali. Noi laici abbiamo il diritto di reagire ad interferenze indebite. Quanto allo Stato, esso dovrebbe reagire con vigore di fronte ad un episcopato che impone agli elettori di votare in un certo modo parlando di valori non negoziabili. Chi decide sulla negoziabilità: i Vescovi o la coscienza individuale? Lo Stato ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è un valore costituzionalmente protetto. Se non lo fa, si tratta d'una mancanza grave e censurabile. Noi lamentiamo che il governo della Repubblica non abbia inviato una nota di protesta alla Segreteria di Stato del Vaticano o al Nunzio che la rappresenta. I Vescovi e i preti sono cittadini italiani agli effetti civili, ma al tempo stesso fanno parte integrante di quella che si chiama «gerarchia ecclesiastica». Hanno pertanto una doppia veste e sta al loro senso di responsabilità di saper scegliere quale debbano indossare nelle diverse mansioni o occasioni del loro esercizio pastorale. Se sbagliano, spetta alle istituzioni laiche richiamarli alla misura e al senso di responsabilità.
Capiamo bene che la Chiesa nel suo complesso si trova proprio in questi giorni alle prese con problemi di delicatissima natura. Proprio quei problemi avrebbero dovuto suggerire alla gerarchia di non avventurarsi in prescrizioni e divieti in casa altrui proprio mentre si scopre che prescrizioni, divieti e trasparenza di comportamenti sono troppo spesso mancati in casa propria. Non stiamo parlando di peccati ma di reati non denunciati quando bisognava e bisogna farlo e sul giudizio dei quali è titolare la giurisdizione dei vari paesi dove quei reati sono stati commessi.
I cittadini decideranno oggi e domani a chi affidare la guida di molte Regioni, Province, Comuni. Ed anche se vorranno arrestare un'incipiente zoppia che incombe sulla democrazia italiana. Si tratta dunque d'una scelta estremamente impegnativa. Non facciamo ricorso a parole come amore e odio, non pertinenti al governo della «res publica». Invochiamo saggezza e responsabilità e ci auguriamo che sia questo il criterio che gli elettori adotteranno". (Eugenio Scalfari)

Flou


sabato 27 marzo 2010

Donne, razza nemica?

"Le donne sono una razza nemica. Bisognerebbe capirlo subito. Invece ci si mette una vita, quando non serve più. Mascherate da “sesso debole” sono quello forte. Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima. Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole. E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni.Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui. Il suo godimento – quando le cose funzionano – è totale, il nostro solo settoriale, al limite mentale (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa” scrive Sartre). La donna è baccante, orgiastica, dionisiaca, caotica, per lei nessuna regola, nessun principio può valere più di un istinto vitale. E quindi totalmente inaffidabile. Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile. Ma adesso che si sono finalmente “liberate” sono diventate davvero insopportabili.Sono micragnose, burocratiche, causidiche su ogni loro preteso diritto. Han perso, per qualche carrieruccia da segretaria, ogni femminilità, ogni dolcezza, ogni istinto materno nei confronti del marito o compagno che sia, e spesso anche dei figli quando si degnano ancora di farli. Stan lì a “chiagne” ogni momento sulla loro condizione di inferiorità e sono piene zeppe di privilegi, a cominciare dal diritto di famiglia dove, nel 95% dei casi di separazione, si tengono figli e casa, mentre il marito è l’unico soggetto che può essere sbattuto da un giorno all’altro sulla strada. E pretendono da costui, ridotto a un bilocale al Pilastro, alla Garbatella, a Sesto San Giovanni, lo stesso tenore di vita di prima.Non fan che provocare, sculando in bikini, in tanga, in mini (“si vede tutto e di più” cantano gli 883), ma se in ufficio le fai un’innocente carezza sui capelli è già molestia sessuale, se dopo che ti ha dato il suo cellulare la chiami due volte è già stalking, se in strada, vedendola passare con aria imperiale, le fai un fischio, cosa di cui dovrebbero essere solo contente e che rimpiangeranno quando non accadrà più siamo già ai limiti dello stupro. Basta. Meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe". (Massimo Fini)

mercoledì 24 marzo 2010

Quiet


La posta in gioco

Quanti, in Italia, hanno compreso la posta in gioco? Quante persone si sono effettivamente rese conto che Berlusconi sta attuando il peggiore disegno autoritario - senza l'utilizzo dell'olio di ricino - che la storia contemporanea della nostra nazione abbia mai conosciuto? Qual è l'obiettivo finale al quale stanno lavorando Berlusconi ed i poteri forti che lo sostengono? Il Pinochet italiano ha gettato la maschera. Pretende l'elezione diretta da parte del popolo del Capo dello Stato con l'introduzione del principio - di chiaro stampo mussoliniano - che il presidente con diretta investitura popolare è al di sopra della legge. Comandante anche delle forze armate. In maniera tale da procedere nell'operazione di criminalizzazione del dissenso e dell'opposizione democratica. La riduzione del Parlamento a mero organo di ratifica di decisioni prese - dai detentori del potere - al di fuori della dialettica democratica tra maggioranza ed opposizione. Il Parlamento quale produttore di leggi utili per dare un crisma di legalità alle più evidenti disuguaglianze sociali. La legge - il diritto abusato - quale strumento di consolidamento del regime. La modifica della composizione dei membri della Corte Costituzionale - aumentando la componente di diretta promanazione politica - per scongiurare la dichiarazione di illegittimità costituzionale delle leggi. In maniera tale da procedere sempre più spediti nella direzione dello svuotamento della Costituzione attraverso legge ordinaria. La modifica del Consiglio Superiore della Magistratura che deve divenire organo di eterogoverno dei magistrati. La distruzione dell'indipendenza della magistratura attraverso la sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo: il ministro della Giustizia starà alle toghe come il presidente del Consiglio sta all'AGCOM. Gli organi di garanzia del potere, non dei diritti e delle libertà. Il processo di sottoposizione della magistratura al potere politico avrà effetti nefasti sulle libertà civili del nostro Paese. Avremo - per via giudiziaria - la definitiva impunità per corrotti e mafiosi e la persecuzione di coloro i quali lotteranno per i diritti e per la difesa della democrazia. Il controllo totale dei mezzi di comunicazione in maniera tale da impedire che il popolo possa conoscere ottenendo informazioni, rafforzando così l'ignoranza dei fatti e la narcotizzazione delle coscienze, impedendo la maturazione di un pensiero libero e critico. La stampa e la televisione quali organi della propaganda del regime in modo da consolidarlo e renderlo digeribile al popolo nella sua apparente normalità. La normalizzazione dell'autoritarismo del terzo millennio. La privatizzazione di tutto quello che è rimasto di pubblico: dall'acqua ai servizi pubblici, dalla giustizia alla sicurezza, dai beni culturali alla ricerca, dalla scuola all'università. In maniera tale da consolidare il modello sub-culturale del berlusconismo fondato sull'assenza dei valori e sull'esaltazione delle ricchezze illecitamente accumulate, sul culto dell'apparenza e sul disprezzo delle regole. La distruzione dello stato di diritto si accompagna allo smantellamento dello stato sociale di diritto, attraverso la mortificazione delle conquiste ottenute da anni di lotte dei lavoratori. L'eliminazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori è un esempio della definitiva vittoria del capitale sul lavoro. Il lavoratore licenziato senza giusta causa non avrà più diritti; potrà solo, con il cappello in mano, recarsi da un arbitro per patire elemosina. La natura violentata con la devastazione del territorio e della stessa vita attraverso politiche selvagge di cementificazione, di proliferazione del nucleare e del bombardamento con inceneritori e discariche senza regole. Il disegno autoritario ed eversivo dell'ordine democratico è messo in atto servendosi di un sistema di corrotti e mafiosi che hanno occupato ruoli decisivi nelle istituzioni, nella politica, nell'economia, nella finanza. In questo contesto non ha più senso parlare di legalità. Difatti, le leggi le fanno loro; le ordinanze per perpetrare corruzioni le producono loro; i provvedimenti amministrativi per distruggere le persone oneste li adottano loro; le illegalità e la commissione di crimini passano attraverso atti apparentemente legittimi. Ed allora dobbiamo lottare per la giustizia e per l'affermazione dei diritti. Questo sistema teme solo una variabile indipendente. Per adesso indipendente. Il popolo che si mette in movimento prende coscienza che stanno dissanguando il Paese cambiandone i connotati, acquisisce consapevolezza che un ceto dominante, fortemente intriso di corruzione e mafiosità, si arricchisce lasciando nell'indigenza la maggioranza degli italiani. Solo una grande stagione di partecipazione democratica potrà sconfiggere il neo-fascismo ed aiutare la Politica a difendere ed attuare i principi democratici lasciatici in eredità dai nostri padri costituenti.

Giù le mani dal Continente nero

Il progetto di una diga in Etiopia rischia di mettere a rischio la sopravvivenza di cinquecentomila persone. La drammatica denuncia arriva da Survival International, una ong attiva in Africa che ha deciso di lanciare una vasta campagna mondiale. L'opera, che si chiama "Gibe III", entro il 2012 dovrebbe sorgere nella Valle dell'Omo, proprio lungo il confine con il Sudan. Il progetto ci riguarda da vicino perché è stato affidato alla Salini costruttori, una società italiana di ingegneria artefice di un altro impianto idroelettrico, la Gilgel Gibe II, parzialmente crollato nel febbraio scorso pochi giorni dopo essere stato inaugurato dal ministro degli Esteri Franco Frattini durante la sosta etiope del suo tour nel continente africano. "La realizzazione di questa diga - sostiene Survival international - finirebbe per distruggere un ambiente ecologicamente molto fragile, così come tutte le economie di sussistenza legate al fiume Omo e ai cicli naturali delle sue esondazioni".Lo scopo della diga, alta 240 metri, è fornire energia elettrica a molte regioni dell'area e raccogliere acqua in un bacino lungo 150 chilometri che servirà a irrigare le terre vicine, già destinate a compagnie internazionali per coltivazioni in larga scala, idrocarburi compresi. Ma è indubbio che una diga così imponente finirebbe per alterare il corso del fiume e per squilibrare l'alternanza delle piene che allagano le terre vicine consentendo la semina e i raccolti. "E' molto peggio - osservano alla Survival International - questa enorme diga interrompe le piene del fiume e potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulle vite di tutti i popoli della valle, già da tempo messe a dura prova dalla progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. La sicurezza alimentare di mezzo milione di persone dipende da una varietà di tecniche di sostentamento che si alternano e si completano a vicenda con il mutare delle condizioni climatiche: dalle coltivazioni di sorgo, mais, fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive dell'Omo; dalla pesca, alla pastorizia praticata nelle savane, ai pascoli generati dalle esondazioni". Secondo gli studi effettuati, la diminuzione del pesce potrebbe portare allo stremo una piccola tribù di cacciatori-raccoglitori: i Kwegu. "Sei membri della stessa tribù - ricordano alla ong - tra cui due bambini, sono già morti di fame per il mancato arrivo delle piogge e delle piene". Stando alla denuncia, il progetto sarebbe stato messo a punto dal governo centrale. Le popolazioni locali non sono state neanche consultate, avrebbero appreso dell'opera solo a cose fatte. Il fiume Omo è il principale affluente del lago Turkana del Kenia. Entrambi hanno una importanza archeologica e ambientale e sono stati dichiarati dall'Unesco patrimonio dell'umanità. In una nota, ieri, la Salini annuncia che "si difenderà in ogni sede da ulteriori attacchi immotivati e diffamatori che recano un danno gravissimo non solo all'azienda ed alla dignità dei propri tecnici e lavoratori, ma anche e soprattutto allo sviluppo dell'intero Corno d'Africa". Con i progetti di Gibe, continua l'azienda italiana, "sarà possibile garantire tanta energia rinnovabile e pulita quanta ne potrebbero produrre due centrali nucleari di media grandezza e con questa consentire lo sviluppo sostenibile di una delle aree più depresse del pianeta".Survival International si è appellata al governo etiope chiedendo la sospensione del progetto. Ma ha chiesto anche ai possibili finanziatori - Banca africana allo sviluppo, Banca europea per gli investimenti, Banca Mondiale e Cooperazione italiana allo sviluppo - di non sostenerlo. "Per le tribù della Valle dell'Omo - prospetta Stephen Corry, direttore generale di Survival - la diga Gibe III sarà un cataclisma di proporzioni ciclopiche. Perderanno le loro terre e tutti i loro mezzi di sussistenza. Nonostante questo disastro, pochissimi sanno che cosa sta per accadere".

Berluscones alla riscossa

Lo specchio rotto

Chi di specchio ferisce di specchio perisce. Un amico che fa il direttore di un grande albergo (non ne farò il nome neppure se torturato) mi ha raccontato di avere visto Berlusconi alle 4 del mattino nel corridoio dell'hotel. Gli si è presentato dinanzi, per uno di quei contrattempi che a volte accadono nel suo mestiere, un vecchietto rotondo e basso, non calvo ma spelacchiato, scolorito e stinto, la pelle tostata e avvizzita... Ebbene, il mio amico lo ha trovato, proprio in quell'occasione, pietosamente umano. Perché la verità, ha aggiunto, non è lo specchio magico che deforma i tratti altrui ed esalta quelli propri, non è devastata dai truccatori, non è di comodo.
Ecco: Berlusconi ieri a Torino ha insolentito il governatore Mercedes Bresso, la quale governa bene un pezzo dell'Europa che conta, non solo perché è una signora e non una velina. Contro la Bresso ha evocato lo specchio non solo perché identifica le donne con le mutandine e al pennone della sua bandiera sventola un tanga. Ma perché lui non si specchia mai. Davvero Berlusconi non riuscirebbe a sostenere il giudizio severo dello specchio. Com'è noto, preferisce specchiarsi in Bonaiuti e negli occhi degli amori mercenari che lo esaltano in proporzione alla dazione. Cesare Pavese ha cantata così l'immagine insopportabile che girava nel corridoio di quell'albergo: "Come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo. I tuoi occhi/ saranno una vana parola / un grido taciuto/ un silenzio. Così li vedi ogni mattina/ quando su te solo ti pieghi / nello specchio...".
Insomma non c'è soltanto l'idea fissa del satiro senile nella seguente volgarità sputata contro il governatore del Piemonte: "Cosa fa la Bresso al mattino? Si guarda allo specchio e cosa vede? Vede la Bresso e si è già rovinata la giornata". Dire che la Bresso non è una cubista e non è una escort è infatti una ovvietà. Ma solo Berlusconi ne deduce che la Bresso non piace a se stessa. E ha cercato di convincere i piemontesi a non votarla perché non scodinzola e non miagola davanti allo specchio. Lui non sosterrebbe mai una signora sobria, discreta e responsabile che ragiona con la testa e non con la guepiere. Ma il vero dramma non si coglie in superficie. Berlusconi crede che lo specchio sia un suo alleato, un suo ministro, un La Russa o un Gasparri. Pensa di essere bello, intelligente, alto e biondo proprio perché evita lo specchio vero. Non capisce che la gente normale non colleziona specchi e la mattina, alzandosi alla guerra con il mondo, non corre a cercare uno specchio ma si ritrova e si perde nei problemi di ogni giorno: gli stipendi, l'affitto, i figli a scuola, la pensione, il lavoro e ovviamente, se è italiano, la sventura di avere Berlusconi. Alla fine, dietro la scemenza sullo specchio, che Berlusconi peraltro aveva già recitato, non c'è la Bresso e non c'è neppure la campagna elettorale che invece c'è negli immancabili insulti ai giudici e, questa volta, anche ai colleghi della Stampa di Torino. C'è, invece, nel Berlusconi che si arrampica e scivola nello specchio, un disperato e malcelato bisogno di fissità. C'è la paura di incontrare se stesso nel corridoio di un albergo, di vedersi, appunto, allo specchio che è un tribunale senza Ghedini. È questo l'epilogo del Berlusconi che si sta disfacendo: dopo avere in ogni modo truccato se stesso, adesso - al mattino a mezzogiorno e a sera - trucca gli specchi, lucida la superficie convessa dei suoi Minzolini". (La Repubblica)

Il re nudo e tragico

A Berlusconi non manca certo il dono della chiarezza. Soprattutto quando parla dei giudici. Li aveva già definiti "un cancro". Ieri, li ha indicati come una "patologia", ovvero una malattia da debellare. Per farsi capire ancora meglio ha detto che una certa magistratura (cioè quella che si ostina a fare il proprio dovere) vuole sovvertire il risultato elettorale. Poi, ha aggiunto che dopo le elezioni sistemerà i conti con questi golpisti. Lo farà eccome perché sono le uniche promesse che lui mantiene. Le sue riforme preferite. Del resto, non ha trasformato il governo nello scendiletto personale? E il suo sogno di un Parlamento di silenziosi pigiabottoni, non si sta forse realizzando? Dopo aver sistemato l’esecutivo e il legislativo, ora si accinge a sferrare l’assalto finale al potere giudiziario. Lo dice e lo ripete continuamente. Bisogna essere molto sordi per non capirlo. O molto distratti. O qualcosa di peggio. Ieri, a Torino, quando il premier ha strillato che "il partito dei giudici è una violazione della democrazia", abbiamo pensato: ha superato il limite, adesso qualcuno reagirà. Si è sentita solo la voce dell’Associazione nazionale magistrati. Per il resto, un silenzio assordante. Nei tg abbiamo ascoltato il leader della maggiore forza dell’opposizione sorridere e fare dell’ironia sul partito dell’amore. E’ un metodo consolidato. Da un quindicennio i leader della maggiore forza dell’opposizione combattono Berlusconi a suon di battute poiché, sostengono, meglio non dargli troppa importanza. Un sistema infallibile. Ma per far vincere Berlusconi. Che dei tanto ironici leader dell’opposizione nel frattempo se n’è bevuti sei o sette.Per ora tace anche il Quirinale e comunque le sue reazioni sono troppo flebili come se non vedesse quello che sta succedendo sotto i suoi occhi o lo sottovalutasse. Che in passato quando il sultano di Arcore aveva preso di mira la magistratura e la Corte costituzionale (dopo la bocciatura del lodo Alfano) seppe reagire con durezza. Il capo dello Stato presiede il Consiglio superiore della magistratura e sicuramente farà sentire la sua voce. Berlusconi va fermato prima che sia troppo tardi. Gli appelli ad abbassare i toni o ad evitare contrapposizioni, non bastano più.

Berluscones? No comment

sabato 20 marzo 2010

Terrazze


Sotto tutela

"La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo". È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un'affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un'esagerazione, sappia che l'Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c'è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L'ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l'orgoglio. Ma come è potuto accadere?Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.Il senso del "è tutto inutile" toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.Io non voglio arrendermi a un'Italia così, a un'Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all'Osce, all'Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.
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Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov'è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l'imputata Sandra Lonardo Mastella che dall'esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all'ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell'Udc. Così sui manifesti c'è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell'ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all'economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d'arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della 'ndrangheta, com'è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l'accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di 'ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell'inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell'inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell'ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l'uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il - o vengono prima del - diritto, valutazioni in merito all'opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all'opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l'antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un'abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un'alzata di spalle come quello d'un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un'altra donna.Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.Dov'è finito l'orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov'è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze - certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l'obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l'avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso - meno crudele, certo, ma meno forte e solido - solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un'alternativa vera e vincente.Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un'alternativa.Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.Del resto, quello che più d'ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.L'Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell'offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all'economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all'Onu, all'Unione Europea, all'Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto". (Roberto Saviano)

mercoledì 17 marzo 2010

Democrazia sotto padrone

"La questione politica, e ormai anche strutturale e storica del rapporto fra Silvio Berlusconi e la giustizia, è diventata una questione di sistema, perché fra il premier e le articolazioni della magistratura è scattata la guerra totale.
Ormai Berlusconi sta accentuando il suo ruolo proprietario, in quanto il premier tratta da padrone le istituzioni giudiziarie e le autorità neutrali. Lo si vede con l'atteggiamento assunto verso la procura di Trani, trattata come un tassello del complotto che si starebbe sviluppando contro la presidenza del Consiglio, con una funzione schiettamente politica, e con le parole rivolte verso l'AgCom, considerata semplicemente come un pezzo dell'immensa manomorta berlusconiana.
Sotto questa luce, è l'intera Italia a essere di proprietà del capo del governo. Nel silenzio dell'opinione pubblica, e nella sostanziale acquiescenza delle opposizioni, Berlusconi ha aumentato a dismisura il suo potere, anzi, le sue proprietà. Si è sentito autorizzato a intervenire sull'Agenzia per le comunicazioni con l'atteggiamento e con le parole del padrone, insofferente di norme e convenzioni, e incapace di trattenersi: "Ma non riuscite neppure a chiudere Annozero?". "È una questione di dignità", dice al commissario Giancarlo Innocenzi, "Ti ho messo io in quel posto". Quindi regolati di conseguenza. Il che dimostra la sua intuizione di essere, più che un politico, un imprenditore senza limiti etici, cioè con la possibilità di conquistare tutto, con la violenza di una funzione anti-istituzionale che si esercita giorno per giorno.
Si instaura così un nuovo triangolo delle mille sfortune, tra la presidenza del Consiglio, la magistratura e l'Agenzia per le comunicazioni. Al centro del triangolo si è collocato, con la sua consueta forza strategica, il premier Berlusconi. Ormai da anni sta insistendo che in Italia c'è un problema da risolvere, ed è quello del rapporto fra la politica e la magistratura. "Alcune procure", secondo il premier, che non ne ha mai citata una, composte da "toghe rosse", da "giudici comunisti", stanno conducendo una battaglia "contro la democrazia", nel tentativo di liquidare per via giudiziaria il capo del governo.
In queste condizioni, il "padrone" Berlusconi tenta di frenare il funzionamento dei processi che lo riguardano, come quello contro l'avvocato inglese Mills e i processi All Iberian e i diritti televisivi. Ma dal sistema penale spuntano casi giudiziari a iosa, in modo anche casuale come quello di Trani, per cui a suo modo, nella sua logica proprietaria, Berlusconi ha ragione: come è possibile che, possedendo tutto, gli sia impossibile controllare tutto ciò che possiede o crede di possedere in virtù del voto popolare, compresi i processi e le inchieste giudiziarie? E come mai non è possibile, da parte sua, padrone assoluto dei media, controllare il sistema televisivo e i programmi politici di approfondimento e di dibattito? Che ci sta a fare l'Agenzia per le comunicazioni, se non esegue i comandi che vengono dall'alto? Naturalmente Berlusconi ignora, volutamente, la complessità del sistema della comunicazione pubblica. Ai suoi occhi basterebbe una telefonata all'Innocenzi di turno per stroncare un programma come quello di Michele Santoro (o come il salotto di Floris o della Dandini), considerato da mesi una delle "fabbriche di odio" nei confronti del premier e del Popolo della libertà.
È una situazione disperata, quella di Berlusconi, che lo induce a gesti disperati, o almeno terribilmente disinibiti, nel senso che fanno a pezzi il tessuto generale delle istituzioni del nostro Paese. Il "padrone" non riesce più a comandare, il suo partito si sta sfaldando, e i vari cacicchi cercano un'area di autonomia personale e politica. Berlusconi teme una "sindrome francese" e una sostanziale non vittoria alle elezioni regionali. Paradossale situazione del padrone che non riesce a spadroneggiare fino in fondo, pur cercando di farlo in tutti i modi. C'è una contraddizione intrinseca nell'azione di Berlusconi, e la formula proprietaria o "padronale" la riassume tutta, senza risolverla. Ma la questione è: in una democrazia può il capo del governo rivolgersi come un padrone alle autorità di garanzia?". (La Repubblica)

Barche al molo


lunedì 15 marzo 2010

Rocher


Oltre la legge

Concussione e violenza o minacce all'Agcom per Berlusconi; favoreggiamento per Innocenzi; rivelazione di segreto per Minzolini: ecco cosa dice il codice penale riguardo ai reati per i quali il premier, il commissario dell'Agcom e il direttore del Tg1 risultano iscritti nel registro degli indagati.
Silvio Berlusconi. Art. 317 - Concussione. Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.Art. 338 - Violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Chiunque usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio, per impedirne in tutto o in parte, anche temporaneamente o per turbarne comunque l'attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l'organizzazione o l'esecuzione dei servizi.
Giancarlo Innocenzi. Art. 378 - Favoreggiamento personale. Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell'ergastolo o la reclusione, e fuori dei casi di concorso nel medesimo, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell'Autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa, è punito con la reclusione fino a quattro anni. Se si tratta di delitti per i quali la legge stabilisce una pena diversa, ovvero di contravvenzioni, la pena è della multa fino a lire un milione. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando la persona aiutata non è imputabile o risulta che non ha commesso il delitto.
Augusto Minzolini Art. 379 bis - Rivelazioni di segreti inerenti a un procedimento penale. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque riveli indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per aver partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso, è punito con la reclusione fino ad un anno. La stessa pena si applica alla persona che, dopo aver rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero.

venerdì 12 marzo 2010

L'Italia che non voglio

Non hanno bisogno della violenza fisica perché controllano le coscienze attraverso i media dei Vespa e dei Minzolini. Stravolgono la democrazia senza bisogno dei carri armati nelle strade perché utilizzano le leggi arbitrarie, varate espropriando il Parlamento del suo ruolo di controllo e considerando superflua l'opposizione come interlocutore democratico. Sono ispirati dall'idea che il Governo sia la dittatura della maggioranza, che non esistano equilibri costituzionali tra i vari organi della Repubblica, che il potere sia un tributo plebiscitario da parte di un popolo "dopato" dalla loro propaganda. Le piazze le mortificano quando non sono accondiscendenti e quindi non servono a confermare la legittimità del potere: sono voce critica che infastidisce chi manovra nel palazzo. La scuola la privatizzano insieme ai beni comuni (meglio fare le veline, meglio stordirsi al Billionaire), mentre lo Statuto dei lavoratori lo svendono a Confindustria per colpire il diritto di chi lavora; gli immigrati li brandiscono come arma elettorale, esponendoli alla pancia del Paese per fomentare il razzismo e offrire, poi, risposte fumose e propagandistiche come le ronde. La magistratura è nemica perché indaga sugli esponenti della maggioranza e sulle origini economico-finanziarie del Berlusconi imprenditore, oltre che sugli amici a lui più vicini. Arriva ad essere odiata, poi, quando si spinge a scavare nella zona d'ombra dei rapporti fra cosa nostra e politica nella stagione dello stragismo mafioso degli anni '90. La legge infine è perseguimento degli interessi dei potenti, può esser manomessa con un decreto, può esser contraddetta con un disegno di legge o un provvedimento anche incostituzionale, di fatto gettando i semi dell'eversione. Se arriva la bocciatura della Consulta, del resto, non interessa: si rallentano i tempi del piano di sovversione, ma si procede comunque a realizzarlo attraverso stratagemmi orditi da avvocati-deputati al soldo del Capo e pagati dal Paese. Il berlusconismo, che da tempo dimora a Palazzo Chigi ma anche nelle case italiane, distrugge lo Stato di diritto e le sue regole. E si arriva oggi al paradosso dei paradossi, forse la pagina più buia di quest' epoca politica, per cui a causa di un manipolo di incompetenti, impegnati in una competizione intestina, le liste elettorali del Pdl nel Lazio e nella Lombardia vengono escluse per difetto del rispetto della legge elettorale. Allora cosa fa il Governo? Non aspetta il verdetto della giustizia amministrativa ma ne condiziona la decisione varando un decreto legge. Non una parola di scuse all'elettorato e al Paese: le regole del gioco democratico si possono cambiare in base all'esigenze di chi governa. E quest'atto sovversivo non trova argine di contrasto in nessuna istituzione: il Presidente della Repubblica lo firma in una manciata di minuti senza colpo ferire. Il golpe è legalizzato, la democrazia disintegrata e il capo dello Stato sceglie di essere un "passacarte metti bollo". Rimandare indietro un provvedimento, anche se non cambia il corso degli eventi, ha comunque un significato politico innegabile.

Faro Bellavista


giovedì 11 marzo 2010

Pinocchio

"Dall'abuso al "sopruso". Dalle regole violate alle "violenze subite". La vera "lezione" che il presidente del Consiglio ha impartito all'Italia democratica (e non certo alla inesistente "sinistra sovietica") è stata esattamente questa: l'ennesima, rancorosa manipolazione dei fatti, seguita dalla solita, clamorosa inversione dei ruoli. Del disastroso pastrocchio combinato sulle liste elettorali non sono "colpevoli" i dilettanti allo sbaraglio del Pdl che hanno presentato fuori tempo massimo documenti taroccati e incompleti, ma i radicali tafferuglisti e i giudici comunisti che li hanno ostacolati. Del pericoloso pasticciaccio deflagrato sul decreto legge di sanatoria non deve rispondere il governo che l'ha varato, ma i legulei "formalisti" del Tar che l'hanno ignorato, i parrucconi costituzionalisti che l'hanno bocciato e i bugiardi giornalisti che l'hanno criticato. Ancora una volta, come succede dal 1994 ad oggi, lo "statista" Berlusconi evita accuratamente di assumersi le sue responsabilità di fronte al Paese. La sua conferenza stampa riassume ed amplifica la strategia della manipolazione politica e semantica sulla quale si fonda l'intero fenomeno berlusconiano: schismogenesi (provocazione del nemico) e mitopoiesi (idealizzazione di sé). Non solo il premier non chiede scusa agli elettori per le cose che ha fatto, ma accusa gli avversari per cose che non hanno fatto. Così, nel rituale gioco di specchi in cui l'apparenza si sostituisce alla realtà e la ragione si sovrappone ai torti, il Cavaliere celebra di nuovo la sua magica metamorfosi: il vero carnefice si trasforma nella finta vittima, il persecutore autoritario si tramuta nel perseguitato legalitario. L'importante è mischiare le carte, e confondere l'opinione pubblica. Nella logica berlusconiana lo Stato di diritto è un inutile intralcio: molto meglio lo stato di confusione. Declinata in termini pratici, la sortita del premier è un indice di oggettiva difficoltà. Stavolta alla sua comprovata "arte della contraffazione" manca un elemento essenziale: l'inverificabilità degli eventi, teorizzata a suo tempo da Karl Popper. Nel caos delle liste, per sventura del Cavaliere, gli eventi sono verificabili. A dispetto delle nove, puntigliose cartelle con le quali ha ricostruito la sua originalissima "versione dei fatti" (che ovviamente scagiona gli eroici "militi azzurri" e naturalmente condanna la "gazzarra radicale") stanno due documenti ufficiali. Le motivazioni con le quali il Tribunale amministrativo regionale ha rigettato il ricorso del Pdl nel Lazio, e i verbali redatti dai Carabinieri del Comando di Roma. Basta leggerli, per conoscere la verità. Non è vero che i responsabili del partito di maggioranza hanno depositato la documentazione "entro le ore 12 del 27 febbraio 2010". Non solo la famosa "scatola rossa" con le firme è stata "riscontrata" solo alle ore 18 e 30. Ma all'interno di quel vero e proprio "pacco", come scrive il Tar, "non erano presenti i documenti necessari prescritti dalla legge". Né "l'atto principale della dichiarazione di presentazione della lista provinciale dei candidati del Pdl, né la dichiarazione di accettazione della candidatura da parte di ciascun candidato, né la dichiarazione di collegamento della lista provinciale con una delle liste regionali, né la copia di un'analoga dichiarazione resa dai delegati alla presentazione della lista regionale, né i certificati elettorali dei candidati, né il modello del contrassegno della lista provinciale, né l'indicazione di due delegati autorizzati a designare i rappresentanti della lista...". E così via, una manchevolezza dietro l'altra. "Formalismo giudiziario"? "Giurisdizionalismo che prevale sulla democrazia", come gridava il Foglio qualche giorno fa? Può darsi. Ma queste sono le regole. E la democrazia vive di regole. Si possono non rispettare, ma poi se ne pagano le conseguenze. Quello che certamente non si può fare (e che invece il premier ha fatto) è negare, contro l'evidenza, la propria negligenza. Peggio ancora, gridare a propria volta alla "violazione della legge", alla "penalizzazione ingiusta", addirittura al "sopruso violento". E infine puntare il dito contro soggetti terzi, che avrebbero impedito il regolare espletamento di un diritto democratico: se il j'accuse ai radicali fosse fondato, il premier dovrebbe come minimo sporgere una denuncia penale contro i presunti "sabotatori". I presupposti, se l'accusa fosse vera, ci sarebbero tutti. Perché non lo fa? Forse perché sta mentendo: è il minimo che si possa pensare. Letta in chiave politica, la sceneggiata di Via dell'Umiltà è un segnale di oggettiva debolezza. La reazione livida del presidente del Consiglio contro il free-lance che fa domande scomode, sommata all'aggressione fisica di cui si è reso protagonista il ministro La Russa, tradiscono un evidente stato di tensione. Il presidente del Consiglio si muove su un terreno non suo. La battaglia campale combattuta sulle regole non gli appartiene, la campagna elettorale giocata sulle carte bollate non gli si addice. Tra il malcelato nervosismo scaricato contro il cronista "villano e spettinato" e il malmostoso vittimismo riversato contro la "sinistra antidemocratica", lui stesso deve ammettere che "i cittadini sono stanchi" di queste diatribe. È un altro modo per riconoscere in pubblico ciò che ammette in privato: i sondaggi vanno male. Spera nel controricorso al Consiglio di Stato, ma annuncia comunque che il Pdl è pronto fin d'ora a "gettare il cuore oltre l'ostacolo", e a tuffarsi armi e bagagli nella contesa sulle regionali. Di più: con un annuncio da capo fazione, più che da capo di governo, chiama il suo popolo in piazza per il prossimo 20 marzo. In questi slanci estremi e prossimi all'arditismo, tipici dell'uomo di Arcore che non sa essere uomo di Stato, si coglie il tentativo di rispondere all'appello formulato a più voci sulla stampa "cognata": quello di lasciar perdere i cavilli della procedura e di rimettersi in sella ai cavalli della politica. È una scelta obbligata, ma gravemente tardiva. Comunque vada il voto del 28 marzo, il presidente del Consiglio che abbiamo visto ieri non appare più in grado (posto che lo sia mai stato) di riprendere il cammino delle riforme necessarie, e di riportare il Paese su un sentiero di crescita economica, di equità fiscale e di modernizzazione sociale. L'intera politica berlusconiana, ormai, si distribuisce e si esaurisce in pochi, nevrili sussulti emergenziali: esibizioni strumentali su urgenze di scala nazionale (i rifiuti, il terremoto) e forzature parlamentari su esigenze di tipo personale (processo breve, legittimo impedimento). Per il resto, da mesi l'azione di governo è svilita, svuotata e votata alla pura sopravvivenza. Immaginare altri tre anni così, per un Paese sfibrato come l'Italia, fa venire i brividi. Ha detto bene Bersani, due giorni fa, all'assemblea dei radicali: Berlusconi è ancora troppo forte per essere finito, ma è ormai troppo sfinito per essere forte. Giustissimo. Ci vorrebbe un'alternativa seria e credibile a questa rovinosa legislatura di galleggiamento. Toccherebbe al Pd costruirla, se solo ne fosse capace". (Massimo Giannini)

Desert


mercoledì 10 marzo 2010

Fermiamo questi golpisti

"Il momento storico che stiamo vivendo produrrà una svolta del Paese in senso dispotico o democratico. Se prevarrà la forza del governo, l'Italia diventerà una satrapia occidentale, se invece i cittadini responsabili faranno sentire la propria voce critica, la democrazia avrà ancora speranza di sopravvivere. E' infatti in atto il consolidamento finale di un disegno autoritario che si evince da diversi tentativi in corso: la concentrazione del potere nelle mani di una sola personalità politica, cioè quella del premier; la verticalizzazione del potere che si sta seminando anche per la stagione del post Berlusconi; il lavoro che si sta compiendo per arrivare ad un Capo dello Stato eletto dal popolo e ad un Parlamento 'ratificatore' dei voleri della maggioranza; l'eliminazione dei contrappesi costituzionali; la distruzione dell'indipendenza della magistratura e la modifica della Corte costituzionale perché sia sempre più politicizzata, come del resto il Csm; il controllo quasi integrale dei mezzi di comunicazione come Gelli insegna. Questo disegno autoritario si consolida anche attraverso la privatizzazione di tutto ciò che è rimasto di pubblico: la difesa e la sicurezza del Paese, l'acqua, la protezione civile e soprattutto il sapere. Privatizzare la formazione è infatti il mezzo più proficuo per conformare le coscienze e appiattirle sul modello sub culturale proposto dal berlusconismo: il cittadino che consuma e che solo vuole consumare. Anche lo smantellamento dello stato sociale di diritto rientra in questo piano autoritario, come dimostra la sterilizzazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori approvata qualche giorno fa. Una norma conquistata attraverso la stagione delle lotte operaie e pilastro del diritto di chi lavora viene così ridotta in cenere, bruciata dal fuoco di un governo golpista manovrato dai poteri forti della Confindustria. Il lavoratore vittima del sopruso non potrà chiedere l'intervento del giudice, bensì di un arbitro, a cui spetta la facoltà di imporre al massimo un'ammenda senza il bisogno di rifarsi alla legge, bensì alla sua equità. Custodi della democrazia e dello stato di diritto siamo dunque solo noi cittadini. Anche il presidente della Repubblica ha infatti piegato la testa dinanzi al governo, come dimostra la firma posta al dl salva-liste. Sabato, allora, è importantissimo, direi vitale (per l'esistenza della democrazia) che la società civile partecipi in modo pacifico ad un appuntamento di resistenza democratica. Il popolo in movimento deve far sentire la sua voce critica e ferma contro i golpisti di Palazzo Chigi". (Luigi De Magistris)

Buco nella roccia


lunedì 8 marzo 2010

Ghost


Napolitano ricattato?

"E’ un’altra legge vergogna, un’altra delle leggi obbrobriose che Berlusconi si è fatto fare da quando col becco strappa pezzi di carne, ha il corpo martoriato ormai della Costituzione italiana e Napolitano la firma, questa volta notte tempo, osservo, mi viene in mente la ronda di notte, sembra una catena di montaggio, o meglio di smontaggio della costituzione. Berlusconi ha i suoi azzeccagarbugli che fa diventare onorevoli, quelli poi gli fanno le leggi, li piazzano sul tavolo del Presidente, all’occorrenza gli bussano all’uscio di casa e lo fanno alzare dal letto e lo fanno firmare senza neanche accendere i lampadari, con la torcia elettrica, io devo dire che in questo momento storico che l’Italia sta vivendo, per me Napolitano non è garante della mia Costituzione, mi pare che si sia fatto garante di Berlusconi o degli interessi di un partito politico italiano. Dunque siccome il referente principale riposa in Tunisia dove è deceduto fuggiasco dalle leggi italiane e Berlusconi ha una grande nostalgia di Craxi, vedrei molto bene Berlusconi in Tunisia, ma se Napolitano non capisce che deve prima di tutto difendere la Costituzione con le sue forme e le sue costanze, allora nessuno lo obbliga a stare al Quirinale, non è un obbligo, è un dovere e questo dovere richiede molta attenzione, perché ormai in Italia la Costituzione è stata praticamente divorata, dopo di questo cosa ci sarà? Cosa lasciano Napolitano, Berlusconi, gli ultimi governi alle generazioni future? Ce lo diranno i giovani. Mi chiedo una cosa di fondo: cos’è che induce persone di età molto avanzata a accettare di diventare Presidenti della Repubblica italiana? Ciampi più eletto nel 1999, era alla soglia degli 80 e se non erro anche ve lo ricorderete tutti, Fini lo propose addirittura per un secondo mandato. Napolitano è stato eletto nel 2006, dunque a 81 anni, oggi ne ha 85, come è che una persona a questa età accetta di diventare Capo dello Stato e si noti, non di un paese normale, un paese tranquillo, con gli ordinari problemi di tutti i paesi, ma un paese come il nostro, dove vige da anni il sistema anomalo di un imprenditore che ha il conflitto di interessi grosso come una montagna e i cui amici sono persone come Previti, Dell’utri, Schifani e poi è un paese che significa mafia, camorra, corruzione, P2, servizi segreti deviati. Un paese con un recente passato di bombe, di stragi e di Brigate Rosse, non è un paesino in cui si fa una vacanza quando si diventa Presidenti della Repubblica. Tra l’altro devo dire in questo recente passato così oscuro, sono cose sulle quali Napolitano non ci ha mai detto niente pur essendo stato Ministro degli Interni e mi chiedo se quando era Ministro degli Interni non ha mai avuto accesso agli armadi, oppure lo fa per il nostro bene, per non turbare le nostre coscienze altrimenti ci prenderebbe un colpo a sapere tutto quello che i governi italiani hanno combinato da Piazza Fontana in poi! Leggendo i giornali stamattina da qualche commentatore, da qualche grillo parlante, è già stato detto che Napolitano non poteva non firmare, poteva e come, bastava non volesse, almeno che non avesse una pistola alla tempia! Le leggi razziali nel 1938 non le firmò Mussolini, le fece firmare Vittorio Emanuele Terzo e lui le firmò, in Bulgaria non le firmò e questo fa la differenza, perché alla storia le nostre leggi razziali le ha affidate alla mano di Vittorio Emanuele III.
Tornando a questa legge, questa è una legge illegale perché vanifica la legge del 1988 che vieta Decreti in materia elettorale e si beffa anche dell’Art. 72 della Costituzione. Come tutte le leggi di natura totalitaria, le leggi legali ha valore retroattivo e dunque condona, ma si proietta anche nel futuro, nel senso che qualsiasi irregolarità di procedura elettorale, d’ora in poi sarà tollerata a discrezione di Berlusconi o della P2 o di non so chi, mi chiedo perché Napolitano non ha fatto per esempio un comunicato agli italiani, poteva esigere la televisione pubblica e spiegare cosa stava succedendo, che era stato messo con le spalle al muro, in un vicolo cieco e che doveva scegliere tra coloro che non avrebbero potuto votare le loro liste elettorali o firmare una legge illegale e dire anche: guardate che non sarò io a rimediare agli errori e ai pasticci procedurali dei volti stessi rappresentanti, prendetevela con loro. Il Presidente Scalfaro a suo tempo si rivolse alla televisione, lo fece un comunicato in televisione, non si fanno soltanto i comunicati a fine anno per fare gli auguri agli italiani, ma oggi devo constatare che la televisione di Stato è oscurata da Berlusconi e forse Napolitano non ha osato far accendere di nuovo i riflettori. Mi chiedo che Presidente sia, non so se l’Avvocato Ghedini che tutti i giorni è in televisione, avesse per Napolitano un avversario intellettuale gli direbbe: ma va là! L’Italia è un paese in cui tutto si svolge al buio, poi cosa è successo al buio? Lo spiegano gli opinionisti, gli esegeti della stampa di Bisanzio, personalmente ritengo responsabile in prima persona Giorgio Napolitano perché in Italia non c’è mai un responsabile, il vizio di fondo che ha condotto l’Italia in questo stato di necrosi è che non c’è mai un responsabile. Non so se vi ricordate quando Ciampi firmò il lodo Schifani senza battere ciglio, gli opinionisti, gli esegeti discussero per giorni su mille cavilli di una legge che era evidente, buttava a gambe all’aria un articolo della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, lo avrebbe capito anche un bambino, non c’è bisogno degli opinionisti, è un fatto e infatti la Corte Costituzionale, il lodo Schifani lo bocciò dopo 6 mesi, ma intanto per tutto quel tempo Berlusconi fece tutto ciò che voleva e fece saltare anche un suo processo. Ora come se niente fosse in questa legislatura, nella legislatura presente, Berlusconi ricaccia sulla scrivania di Napolitano lo stesso lodo che Schifani aveva concepito con tanto amore a Corleone e lo ribattezza Lodo Alfano e Napolitano lo firma senza battere ciglio, non è che abbia evocato la giurisprudenza, faccio notare che perfino il più scalcagnato Avvocato di Provincia in un conflitto giuridico, invoca la corrispondenza, le sentenze precedenti, qui c’era la giurisprudenza dell’alta corte che aveva dichiarato il lodo Schifani anticostituzionale e il lodo Alfani era evidentemente una minestra riscaldata, ma ce lo ricordiamo quanti opinionisti ci hanno richiamato sopra? Stavano lì a dire: forse è un po’ meno costituzionale, è un po’ meno anticostituzionale, vediamo di quanti grammi è meno anticostituzionale, opinavano costoro, il tutto, mi pare, a difesa non tanto del firmatario della legge, Alfano, ma del controfirmatario, del Presidente della Repubblica tanto per facilitargli la strada e noto che in Italia il Presidente della Repubblica è al riparo dalle critiche, è stranissimo anche questo, perché nelle vere democrazie, negli Stati Uniti l’operato del Presidente della Repubblica è sottoposto alle giuste critiche dell’opinione pubblica, ma in Italia non si può! Sembra lesa maestà, così come ci sono i club di Forza Italia, ci sono i club dove se osi criticare Napolitano ti fulminano, guai! Era già successo con Ciampi peraltro, a quel tempo il club agiva come una sartoria, si preoccupava della giacca, mi ricordo che la parola d’ordine era: non tirate per la giacca Ciampi, attenzione alla giacca di Ciampi! Ma che fine fanno le giacche dei Presidenti della Repubblica quando hanno finito il loro settennato? Vengono appese a un chiodo, quello che è stato è stato! Secondo me se fosso dire così, Napolitano questa volta ha in maniera flagrante rotto i patti con gli italiani, perché oltre all’approvazione del lodo Alfano, aveva già rotto i patti con quella lettera, secondo me, deplorevole ai familiari di Craxi nella quale definisce Craxi un perseguitato, è un uomo che è stato condannato in sede definitiva da un Tribunale italiano e che peraltro si è rifugiato in un paese dittatoriale come la Tunisia! Poi non soltanto, in quella lettera definisce grande la politica estera di Craxi, quel signore che dette miliardi di lire al suo amico Siad Barre, uno dei più feroci dittatori africani del 900 e che approvò, dichiarò legittimi in qualche modo i metodi terroristici dell'Olpe quando i dirigenti palestinesi per disperazione, ma questa è un’altra cosa, scelsero la via del terrorismo, secondo Napolitano hanno fatto una grande politica estera. Oggi con questa legge, quando ci dice che tra le regole della legge è dovere impedire molti cittadini di votare una lista, lui sceglie di rompere le regole, perché sono una formula, rispondo che tutte le leggi che noi abbiamo sono una forma, anche la Costituzione ha una forma perché è fatta di regole e se si rompono le regole della Costituzione, si rompe la Costituzione! Napolitano come politico ha un suo percorso, come tutti i politici, per esempio fu vicino al craxismo, poi la sua corrente, con il craxismo ebbe più di un flirt glielo ha ricordato, è un uomo elegante come Gianni De Michelis che tra l’altro è stato condannato da un Tribunale italiano per corruzione, ma Berlusconi del fantasma di Craxi è la continuazione vivente e operante, con questo voglio dire che quando uno diventa Presidente della Repubblica fa un fatto implicito con gli italiani e tale patto prevede che egli diventi un’altra persona rispetto al suo passato e ciò che è stato per tutta la vita e cioè uno dice: io nel 1956 avevo un’ideologia stalinista, però oggi no, credo nella democrazia liberale e non approverei più l’invasione di un paese da parte dei carri armati e dunque posso essere capo dello Stato italiano, oppure come politico posso essere stato vicino all’ideologia del craxismo, ma ora sono il Presidente della Repubblica Italiana. Il giorno in cui Napolitano manifesta nostalgia di Craxi in qualche modo, allora viene proprio il desiderio legittimo e democratico di invitarlo a abbandonare il Quirinale e di andare a Amamet per stare al Quirinale si devono affrontare grossi problemi, si deve pagare un biglietto, non è una vacanza il Quirinale e questo biglietto è più caro di un biglietto aereo per Amamet!". (Antonio Tabucchi)

Blu


domenica 7 marzo 2010

Golpe bianco

"Illustre Presidente, Dopo la sua decisione di firmare il decreto interpretativo, non posso che ritenermi irrimediabilmente deluso dalla sua persona. L'ultima cosa che mi rimane da fare, come cittadino, prima di dover accettare con dolore e con rabbia uno stato di cose che non può assolutamente rappresentare i miei ideali di Democrazia, Giustizia e Verità, uno stato di cose per cui persone che agiscono in palese violazione della Costituzione hanno creato un sistema di potere che sta progressivamente esautorando le istituzioni e gli organi di controllo, è farle delle semplici domande. Innanzi tutto, chiamare quel decreto interpretativo costituisce una presa in giro nei confronti del diritto, della Costituzione, della Repubblica, delle persone che sono morte perché l'Italia potesse diventare una Repubblica e delle persone che sono morte per evitare che cessasse di esserlo. Lei ha avvalorato il comportamento di un gruppo di persone che, per rappresentare solo ed esclusivamente i propri interessi personali, ha utilizzato come scusa la parola libertà, commettendo un vero e proprio stupro della lingua, delle istituzioni e della storia di questo Paese. Uso il termine stupro per sottolineare la violenza di un simile atteggiamento, con cui si piegano il linguaggio e le regole con la violenza della mistificazione, della propaganda ideologica, dell'eliminazione mediatica dei nemici o dei personaggi scomodi e con forme di censura palesi e incontrovertibili. Lei è davvero convinto, ieri sera, di aver agito nell'interesse del popolo italiano? La Storia della Repubblica Italiana, che da ieri sera, purtroppo, è diventata ex Repubblica Italiana, è costellata da una sanguinosa scia di martiri. Questi martiri sono quelle persone che hanno pagato con la vita l'adempimento a quell'ideale chiamato "servire lo Stato", ideale che ogni funzionario pubblico, di qualunque ordine e grado, dovrebbe tenere presente. Parlo di persone come Ambrosoli, Livatino, Scopelliti, Borsellino, Falcone. Ieri sera lei ha avuto nelle mani la possibilità di non firmare, e di certo, credo, ciò non avrebbe messo a repentaglio la sua vita. Invece ha scelto di firmare. Presidente, lei ritiene di aver servito lo Stato? Ritiene di aver agito come garante della Costituzione Italiana, che è la fonte della legge, e quindi anche del decreto che Lei ieri sera ha firmato? Ritiene di aver agito in osservanza della Costituzione Italiana, tramite la quale si esercita la sovranità popolare? In internet è facilmente reperibile il filmato in cui Milioni, l'uomo passato grottescamente alla storia come "quello del panino", farfuglia le proprie scuse per dimostrare di essere stato presente nell'ufficio competente entro l'orario di ufficio per depositare le firme, pur essendo uscito per andare a prendere un panino. Il video è un divertente caso di mancata dimostrazione del miracolo dell'ubiquità, a voler essere educati. Presidente Lei ha visto quel video? Lei ha letto i resoconti della stampa, le testimonianze di chi era presente quando è accaduto "l'affair Milioni"? Perché se ha letto gli articoli e visto il video, allora la domanda è: Presidente, lei pensa che gli italiani siano stupidi? Lei pensa che gli italiani non sappiano che incidenti del genere sono semplicemente l'emerso di lotte di potere interne ai partiti, che ormai si comportano come vere e proprie aziende, e stanno creando uno stato parafascista in cui invece di un partito solo, come ai tempi del ventennio, c'è un Giano Bifronte che divora i diritti del popolo italiano adescandolo con un meccanismo di finta alternanza e sostanziale collusione? Presidente, lei proviene dal PCI. Oggi in Italia comunista è usato come insulto da una parte consistente degli italiani. Questi italiani usano la parola comunista come un razzista usa la parola negro o frocio. Usano la parola comunista svuotandola di ogni significato politico, storico, filosofico ed etico, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi. Le persone le cui leggi, leggine e leggiucole lei continua a firmare, alimentano questo falso ideologico per ovvi fini personali, creando un clima di propaganda che sta avvelenando il paese come un cancro comunicativo che agevola la metastasi delle istituzioni. Nel "Piano di Rinascita Democratico" della disciolta P2, loggia deviata tra i cui iscritti figurano persone che occupano in alcuni casi posti importanti dell'amministrazione pubblica (uno di essi è Presidente del Consiglio), il Partito Comunista non è nemmeno nominato. Le sembra un caso? Presidente, Lei è ricattato? Presidente, è vera la notizia riportata da «Il Messaggero», secondo cui lei ha ricevuto minacce? Perché se la notizia è falsa, Illustre Presidente, lei deve provvedere a smentire una simile, gravissima, calunnia. Ma se invece la notizia è vera, lei deve rispondere al popolo italiano, oggi, e dovrà rispondere alla Storia, domani, per aver consegnato lo Stato di Diritto nelle mani di una pericolosa banda di eversori che usa la politica come strumento per acquisire e consolidare potere in modo illecito, e non come strumento legale di rappresentanza del popolo italiano, che è sovrano anche dopo il voto". (Matteo Pascoletti)

sabato 6 marzo 2010

La dittatura della democrazia

Da questa notte l'Italia non è più, ufficialmente, una democrazia. Napolitano ha firmato il decreto della legge interpretativa del Governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d'ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento.Napolitano ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano (forse per una volta si vergognava anche lui). Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell'opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura. Sembra strana questa parola detta all'inizio di una nuova primavera: "dittatura".La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del Governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l'interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del Governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano... io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un cazzo. Io emano le leggi, le interpreto e regno.

giovedì 4 marzo 2010

Gabbiani


Il re è nudo

"La democrazia è in pericolo, tuonano le corti berlusconiane di fronte alla bocciatura dei listini di Roberto Formigoni e di Renata Polverini decretata dalle Corti d'appello di Milano e di Roma. Certo, una tornata decisiva di consultazioni regionali dalla quale mancasse l'insegna del partito di maggioranza relativa in Lombardia e nel Lazio sarebbe un test elettorale assai incompleto e incomprensibile. Ma nell'attesa che i tribunali amministrativi dicano l'ultima parola sui ricorsi presentati dal Pdl, e al di là delle complicate valutazioni giuridiche del caso, una considerazione politica si può e si deve trarre.In base a quanto si è visto in questi mesi e in questi giorni, ad essere in pericolo non è la vita della democrazia, ma piuttosto la sopravvivenza del Pdl. Cos'altro è questa farsesca tragicommedia delle liste, taroccate o presentate fuori tempo massimo, se non la plastica dimostrazione di un partito che sta morendo in culla? Cos'altro dicono le convulsioni e i veleni interni al mistico Popolo delle libertà, se non il dilettantismo e l'avventurismo di un esperimento identitario che non ha funzionato perché in realtà (come avevamo scritto su questo giornale la settimana scorsa) un centrodestra italiano moderato e moderno non è mai nato, né dal punto di vista politico né dal punto di vista culturale?Secondo la bugiarda vulgata berlusconiana, dagli anni Novanta in poi i "comunisti" hanno usato le toghe "rosse" per liquidare la vecchia Cdl per via giudiziaria: pm invasati, pool milanesi esagitati, e così via sragionando. Adesso gli stessi "comunisti" starebbero usando le toghe "grigie" per liquidare il nuovo Pdl per via amministrativa: discreti magistrati di Corte d'appello, anonimi giudici di Tar, e via sproloquiando. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quello che il Cavaliere non dice, e i suoi scudieri non ammettono, è che questa volta non reggono il teorema dell'opposizione barricadera e dei pubblici ministeri torquemadisti né la teoria del "nemico esterno". Stavolta, molto più semplicemente, questo centrodestra si sta auto-liquidando per via politica. Questa è la pura e semplice verità, disvelata in modo quasi grottesco dal patetico autodafé politico in cui sono involontariamente incappati Formigoni e Polverini. La crisi è tutta interna al Pdl, e nemmeno il collante puramente ideologico del berlusconismo di guerra sembra più reggere. Dal trionfale successo del 13 aprile 2008 in poi, archiviata in troppa fretta la sorprendente parentesi da "federatore" della destra e da "uomo di Stato" dei primi due mesi, il premier si è illuso di poter affrontare e risolvere l'intera legislatura sull'onda del suo autoritarismo populista e plebiscitario. Lui è il "messaggio", tutto il resto non conta niente. L'intera proiezione del governo si esaurisce nell'esibizione della forza e nella manipolazione della propaganda. L'intendenza seguirà, come diceva il generale De Gaulle. Ma questa è la gigantesca, miope illusione, che oggi si infrange e va in frantumi per una banale questione di firme e di timbri. Se non c'è la politica, oltre i decreti urgenti, le ordinanze in deroga e i sondaggi confidenti, l'intendenza non segue affatto. Semmai si auto-tutela, quando addirittura non si auto-distrugge, come dimostrano i sospetti e i veleni che si consumano nella Capitale sulle candidature, tra le correnti forziste e i luogotenenti finiani.E senza una solida struttura politica basta una risibile stortura burocratica per smascherare un bluff, per capire che il partito di plastica non è diventato di ferro, e insomma per accorgersi che il re è nudo. Su questo limite genetico dovrebbe riflettere il premier. Su questo deficit originario dovrebbero interrogarsi i suoi accoliti, invece di attaccare e delegittimare l'unico che l'ha capito fin dal primo giorno, cioè il presidente della Camera Gianfranco Fini. Rischia di essere tardi, adesso. Come diceva ieri un ministro, "ormai siamo al capolinea, il Pdl così non regge più e presto ognuno di noi tornerà a fare il mestiere che faceva prima...". Come dire: l'amalgama Forza Italia-An rischia di sciogliersi per sempre. E serve a poco urlare contro i sedicenti "furbi" che vorrebbero alterare il risultato delle elezioni (come fa il ministro per la Semplificazione) o invocare improbabili "prove di forza" (come fa la candidata del Lazio). I "furbi" di Calderoli non esistono: sono fantasmi evocati per confondere e intorbidare le acque. E la "piazza" della Polverini è a dir poco surreale: contro chi marcia, stavolta, il vasto Popolo delle libertà? Contro il Tar del Lazio? Viene da sorridere, solo a pronunciare lo slogan. Senza contare, da ultimo, che i giudici amministrativi applicano, come sempre, solo le regole. E quelle sì, assicurano la vita della democrazia.Ma questo resta un arcano troppo complesso da far capire a Silvio Berlusconi. Fin dalla sua epica "discesa in campo", il Cavaliere concepisce la democrazia come pura estensione della sua signoria". (Massimo Gianni-La Repubblica)