martedì 5 febbraio 2008

La mia Africa/8. Onlus all'africana.


Adesso vi racconto come vivere senza lavorare in terra d'Africa. Basta inventarsi una onlus o connettersi con essa a livello locale. Inviare foto di bambini denutriti e sporchi, malati di Aids e via dicendo. Poi basta avere un computer e capire quali sono i requisiti di un progetto per avere i soldi da privati, enti e organismi internazionali. Il gioco è fatto e ora si può vivere di rendita per qualche anno, fino al prossimo progetto, con casa e auto gratis. Provare per credere.
Così, mentre in Occidente si pensa di fare un'opera di bene e ci si mette in pace il cuore ipocrita di chi prima depreda e poi fa la carità, tra gli africani più furbetti si è capito il meccanismo e lo si sfrutta come si può. E a volte ci si scanna anche per poche lire europee che qui, in terra d'Africa, sono sempre tantissime. Evito di parlare di grandi organismi, come la Fao e l'Unicef, che destinano il 75 per cento delle proprie entrate per mantenere i propri dipendenti in ville faraoniche e con stipendi di lusso, facendo finta di aiutare i poveri africani. Così come accade spesso con i deseparicidos missionari.
Ecco qui di seguito un'altra storia personale per chiarire il problema, fermo restando che qualcosa di buono c'è, anche se io preferisco sempre il fai da te, più dignitoso che elemosinare aiuti da un sistema internazionale bancario che affama i più deboli con interessi da capogiro. Per me un esempio di crescita vera è quello dell'India che, dopo aver cacciato i colonizzatori inglesi con Ghandhi, ha sofferto un po' e ora è in pieno boom e ce l'ha fatta da sola. Quando gli americani, durante l'ultimo tsunami, gli volevano mandare aiuti umanitari gli indiani rifiutarono. "Vengono qui con la scusa degli aiuti e poi non se na vanno più. Ce la caviamo benissimo da soli", fu il loro commento. Bravi, bene, bis. Ma veniamo alla nostra esperienza di onlus all'africana.
C'è stato un periodo, tra il 1998 e il 2000, dove a Grand Bassam, in Costa d'Avorio, io e mia moglie abbiamo lavorato per una onlus italiana legata al Gruppo Abele e alla LLVIA. Lei faceva la cuoca ed io controllavo che non ci fossero ruberie in una comunità agricola che aiutava i bambini trovati per la strada con particolari problemi compartamentali. Il centro era molto carino ed efficiente e si trovava nella brousse a 20 km dalla cittadina, in un terreno donato dal vescovo locale, che abitava in una villa lussuosa proprio lì vicino. Si insegnava ai ragazzi ad allevare i polli, le mucche e i maiali per poi venderne la carne agli alberghi dei turisti. Poi c'era anche un riferimento in città con altre attività, tipo i micro prestiti per iniziare piccolo commerci locali. Il responsabile italiano, tale Gabriele, con auto e casa gratis - i cosiddetti volontari - aveva un buon stipendio europeo, mentre i collaboratori locali non superavano i 30 euro al mese. Per questo si dedicavano a tutte le possibili ruberie, compreso scannarsi per avere questo o quel beneficio derivante dai soldi e dai mezzi provenienti dall'Italia.
Così il meccanico rubava pezzi di auto per rivenderseli alle officine del villaggio e gli istruttori prendevano parte della carne e dei polli per rivendersela privatamente. Si faceva la cresta su tutto: soprattutto sui beni acquistati mentre il responsabile locale, tale Gaston, insieme alla fida segretaria, studiava nuovi progetti per far arrivare soldi per i poveri bambini rubati alla strada. Finora Gaston era riuscito ad impadronirsi di un altro progetto, legato ai carcerati locali, ed aveva ottenuto una bella casa e un auto. Poi i soldi del progetto erano finiti e la casa era disadorna e l'auto ferma senza benzina. I carcerati, in Africa, valgono meno di un animale. Figurarsi se qualcuno gli dava qualcosa, si prendevano tutto Gaston e i secondini. Ma questa è un'altra storia finita male. I due volontari italiani, che erano nel progetto del carcere, dovettero fuggire prima che Gaston gli facesse la pelle perchè i soldi erano finiti... .
Il Centro Abele invece era famoso a Grand Bassam: un po' parrocchia, un pò centro agricolo. Forse l'economia più grossa di tutta la cittadina. E stiamo parlando di pochi spiccioli. La mattina il camion ci raccoglieva uno per uno per portarci al centro, dove ognuno aveva le sue mansioni. Mia moglie andava prima al mercato per comprare le cose da cucinare e poi veniva sul camion. Io dovevo girarmi tutti gli allevamenti per controlalre che non avessero rubato i polli e i maiali. Il centro era pieno di serpenti, animali e uomini, che guardavano il mio lavoro come fumo negli occhi. A me mi pagavano come un locale, forse perchè già vivevo lì, mentre mia moglie doveva ricavare il suo guadagno facendo la cresta sulla spesa, naturalmente a scapito dei ragazzi. I piatti erano africani, come lei.
Quando iniziammmo a mettere i puntini sulle i su quello che succedeva nel centro cercarono subito di farci le scarpe in tutti i modi, purchè ce ne andassimo via e potessero continuare a rubare. Gaston arrivò addirittura a sobillare i ragazzi contro mia moglie tanto che dovetti lasciarla a casa. Poco prima un altro dipendente aveva cercato di investire mia moglie con un bue tanto che ha ancora la cicatrice sulle ginocchia per la caduta. Il responsabile Gabriele quando tornò preferì che continuassero a rubare altrimenti il centro andava chiuso. Poi ritornò definitivamente in Italia. Prima di lui c'era stato un altro italiano, per tanti anni, che non aveva lasciato un buon ricordo di sè, ma che continuava a venire promettendo nuovi soldi dai progetti italiani.
Non so se il centro Abele c'è ancora a Grand Bassam. Forse sì. Perchè questa è un'onlus all'africana.

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