domenica 3 febbraio 2008

La mia Africa/7. Diplomazia all'italiana


Siete mai stata in un'ambasciata italiana all'estero, soprattutto nelle sedi cosiddette disagiate? Io ho avuto esperienza di quella di Abidjan, in Costa d'Avorio, dal 1994 al 2000, periodo in cui ero ufficialmente un italiano all'estero (Aire). Spero che in questi otto anni la situazione diplomatica italiana sia migliorata perchè quella che ho trovato io era disastrosa.
Dall'ambasciata italiana, infatti, se ti trovi in un guaio serio, non avrai mai un vero aiuto, a parte una festa all'anno per ingozzarsi di parmigiano e parlare male del Paese dove si lavora. Per non parlare della famosa unità di crisi della Farnesina che comunica cosa trite e ritrite, piene di luoghi comuni, che non servono a nulla se non a far pigliare lo stipendio a chi sta a Roma.
In genere, tranne qualche piccola eccezione, gli stessi impiegati che lavorano all'estero, compresi consoli e segretari, sono impreparatissimi e non si capisce quali concorsi abbiano mai vinto: non conoscono bene la lingua del posto in cui si trovano ma, come nel mio caso, solo un francese maccheronico come l'inglese del sito della Bella Italia di Rutelli, non conoscono il posto dove vengono a lavorare e non escono per conoscerlo, trattano la popolazione come animali e senza nessun rispetto, giudicano - quasi sempre male - tutti gli italiani che si avvicinano a loro, mettendo per iscritto i loro commenti e le loro vicende personali, quasi fosse una schedatura. L'ambasciatore, in genere, è preso dalle feste e dagli incontri ufficiali, ma solo ad altissimo livello. Ecco anche perchè ci sono così tanti clandestini che cercano di entrare in Italia e tanti italiani all'estero che dall'ambasciata si tengono ben lontani. Ecco qui di seguito qualche esempio personale.
Quando sono tornato in Italia, nel 2000, non c'è stato verso di portare con me la sorella di mia moglie e un bambino che viveva con noi come fosse il nostro figlio maggiore. Ancora oggi non sono riuscito a farli venire perchè non gli danno il visto di entrata. Se un persona locale, poi, nella sua semplicità, chiede un visto, dopo settimane di viaggio dal suo villaggio, deve far code interminabili allo sportello del consolato dell'ambasciata italiana per farsi dire che, siccome non ha il conto in banca, non ha un lavoro in Italia e non ha il biglietto per l'aereo non può andare da nessuna parte. Infatti, il visto ce lo hanno solo i più furbi, che pagano qua e là, o chi si avventura sulle tratte clandestine. Gli altri se ne tornano al villaggio.
Ma quello che più mi ha colpito è il modo con cui vengono trattate queste persone, praticamente come degli animali.
Eppoi mai trovarsi in difficoltà in uno di questi Paesi del mondo che di disagiato hanno poco o niente, ma che comunque fa guadagnare a questi signori anche diecimila euro al mese, senza nessuna spesa e vivendo in ville faraoniche. Sei subito guardato come uno scocciatore, uno che vive di espedienti, uno che al massimo gli si può pagare un biglietto aereo per rientrare lasciando moglie e figli lì sul posto. Perchè loro, i non italiani, non sono esseri umani, sono un'altra cosa, un incrocio tra un animale e una cosa.
Diplomazia all'italiana, insomma. Diplomazia dell'ignoranza, dell'approssimazione e dell'arroganza.

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