sabato 28 settembre 2013

Al voto subito per mandarli via per sempre!


Crolla un governo infelice. L'unica cosa che dovevano fare, la riforma della legge elettorale, non l'hanno fatta. Non c'è più tempo per aspettare. Saremo costretti ad andare a votare con il porcellum. Bisogna andarci subito. Questa volta dobbiamo avere il 51 per cento, altrimenti non se ne andranno mai e non cambierà mai nulla. L'emergenza l'hanno creata i vecchi partiti ed è una scusa per continuare a gestire il potere e i privilegi di pochi. Bisogna avere il coraggio di azzerare tutto e di cambiare. Ne pagheremo le conseguenze, ma bisogna ricominciare daccapo. Impegniamoci tutti in prima persona, per quello che possiamo, anche nel nostro piccolo quotidiano. Non continuiamo ancora questa agonia... . Che il pubblico sia l'emanazione del nostro privato, quello migliore.



"Berlusconi ha ritirato i ministri dal governo. L'impalcatura costruita da Napolitano a colpi di rielezione, di saggi comprati al mercato della politica, di gestione presidenziale del Parlamento, è crollata. Non era necessario un indovino per prevederlo. L'Italia non può più reggersi sulle spalle di un ultra ottuagenarioche sta, volontariamente o meno non importa, esercitando poteri da monarca che nessuno gli ha attribuito. Napolitano deve rassegnare le dimissioni. E' a lui che dobbiamo questo impasse. Alle sue alchimie va attribuito lo sfacelo istituzionale attuale. Napolitano non poteva non sapere che un governo di larghe intese con un potenziale delinquente finisse nel peggiore dei modi. Vi ricordate l'entusiasmo e il sorriso di Berlusconi, i suoi applausi felici alla nomina di Napolitano alla Camera? Lo aveva eletto lui, lo aveva votato il pdl composto da suoi impiegati. Berlusconi sembrava ringiovanito, aveva evitato gli iceberg, per lui mortali, rappresentati da Rodotà e Prodi, quest'ultimo fottuto dagli uomini di D'Alema e Renzi dietro il rifugio vergognoso del voto segreto. Napolitano bis è una creatura di Berlusconi. Qualcuno può negarlo? E Letta, che passerà alla storia minima del nostro Paese per non aver mai deciso una cippa, è stato scelto dalla coppia Napolitano&Berlusconi. Un fiasco colossale. L'Italia ha perso un anno a gingillarsi mentre l'economia stava precipitando. Rinvio dopo rinvio questi parassiti hanno tirato a campare mentre l'Italia tirava le cuoia. L'ultimo regalo l'assurdo aumento dellIVA che colpirà le classi sociali più deboli. Un cambiamento immediato è necessario. Bisogna tornare al voto. Gli italiani devono poter decidere se vivere o morire. Rien ne va plus. Le nostre aziende stanno morendo. Telecom Italia è stata comprata da Telefonica con un pugno di euro nel silenzio del governo e della Consob, Cosa rimane? Eni, Enel e Finmeccanica messe all'asta da Capitan Findus Letta per rimandare la fine del Sistema. Poco altro. Bisogna andare al voto per vincere e salvare l'Italia. E' l'ultimo treno. Napolitano non si opponga. I prossimi mesi saranno per cuori forti. In alto i cuori. (dal blog www.beppegrillo.it)

La mia Africa. Grand Bassam Village


A Grand Bassam, nel 1997, trovammo un appartamento costruito malamente da un imprenditore locale sopra la rumorosa stazione dei bus. Non avevamo mobili e l'acqua l'andava a prendere con il secchio una signora zoppa che si faceva su e giù tre piani di scale. Niente telefono, niente luce. Quindi, tanto caldo. I soldi erano finiti e mangiavamo pesce fritto e mais (attieké) ai banchetti improvvisati delle donne che vendevano i pesci pescati dai loro indolenti mariti al fiume Comoé. Costava pochissimo ed era buono. Magari l'olio friggeva tutta la giornata ed era un po' nero. Se avevamo qualcosa di più ci permettevamo il maiale al forno (porc au four) con la baguette. A colazione scendevamo dai commercianti djoulà a farci il caffèlatte con il latte concentrato e il pane baguette con il burro. Anche quello costava poco.
Quando un impiegato dell'ambasciata italiana decise di tornare in Italia, svendette quello che aveva e ci rifornimmo di qualche condizionatore d'aria, dopo che avevamo attaccato l'energia elettrica. I mesi prima - eravamo nel periodo più caldo tra febbraio e maggio - boccheggiavo sul terrazzo a 40 gradi con un enorme umidità. Mi stendevo lì per terra sperando che arrivasse un po' di fresco la sera, ma non arrivava mai. Per due settimane ebbi anche un forte attacco di malaria e quasi ci restai secco. Non avevo i soldi per comprarmi le medicine e mi ero quasi rassegnato. Sotto brulicava di persone che andavano continuamente avanti e indietro. Un giorno scoprii che cercavamo tutti di mettere qualcosa nello stomaco.
Accanto a noi abitava un francese con delle ragazze giovani del luogo, che  lui piazzava nel suo bar notturno per soli uomini. Il secondo figlio era appena nato e non mancavano le baby-sitter. Fu lì che concepimmo il terzo figlio, che nacque nove mesi dopo a Grand Bassam vecchia, l'antica capitale fondata dai francesi, dove avevamo affittato un'altro appartamento con vista sull'Oceano Atlantico.
Ancora non saspevo che qualche mese dopo sarei rientrato definitivamente in Italia.

venerdì 27 settembre 2013

Gorgona di tutti. Firma le due petizioni!



Da qualche mese, insieme all'organizzazione internazionale Avaaz, sono partite due nuove ed importanti petizioni. Spero vorrete  firmarle convidendole con i vostri amici e conoscenti.
La prima si chiama: "Chiudiamo il carcere dell'Isola di Gorgona".
 La seconda: "No al rigassificatore nel mare del Santuario dei Cetacei".
Forse non tutti sanno che in Italia esiste un'isola chiamata Gorgona, a sole 19 miglia da Livorno, dove coesistono una colonia penale ed un paese che sta scomparendo a causa del carcere.
Chiudere questa dispendiosissima prigione a cielo aperto è diventata per gli ultimi abitanti ormai una priorità. O il carcere o i gorgonesi è ormai l'unica scelta da fare per non disperdere per sempre la storia e il patrimonio del villaggio degli antichi pescatori. 
La secolare convivenza è ormai carta straccia grazie all'attuale direttrice del carcere Maria Grazia Giampiccolo che, abusando dell'autorità che gli concede il ministero di Giustizia, è arrivata addirittura ad impedire lo sbarco ad alcuni gorgonesi che abitano stabilmente sull'isola. 
Questo, insieme ad altre mille prevaricazioni ed ingiustizie della colonia penale sul paese, significa la morte di Gorgona e dei suoi abitanti originari, per farne un'altra isola desertificata e senza un'anima, come è già successo per Pianosa e l'Asinara.
 Per ora siamo a 94 firme.


Per firmare clicca qui sotto:


Intanto è arrivato a Livorno, non lontano dall'isola di Gorgona, un enorme rigassificatore che hanno piazzato in mezzo al mare, proprio all'interno del Santuario dei Cetacei e del Parco dell'Arcipelago Toscano. Inutile dire che tutti gli enti preposti alla salvaguardia di questo territorio, e che magari vietano di pescare con la canna agli abitanti delle isole, non hanno alzato un dito (tutti stipendiati da noi: Parco dell'Arcipelago Toscano, Comune di Livorno, Provincia di Livorno, Regione Toscana, ministero dell'Ambiente, Governo). Anzi, hanno fatto di tutto per incentivare l'arrivo di questo ecomostro, i cui guadagni andranno in tasca ai promotori e le spese saranno pagate invece dalle bollette di tutti i contribuenti italiani... .
Questa iniziativa va fermata a tutti i costi perché darebbe un colpo mortale all'ambiente e alla bellezza di questi posti, oltre ad essere un pericolo per eventuali esplosioni e per l'utilizzo di sostanze chimiche. 
Siamo a 81 firme.

Per firmare clicca qui sotto:

http://www.avaaz.org/it/petition/No_al_rigassificatore_nel_mare_del_Santuario_dei_Cetacei/?launch

La mia Africa. Blood diamond




La prima volta che arrivai in Liberia traversai il fiume Cavally, tra la Costa d'Avorio e il territorio liberiano, su una chiatta galleggiante sorvegliata dai colonnelli di Charles Taylor, che comandava i bambini soldati sull'altra sponda del fiume dove vivevano gli scimpanzé. Per curiosità mi ero accompagnato ad un avventuriero italiano di Bari, che viveva in Costa d'Avorio e si diceva trafficasse in diamanti ed armi con Taylor e le sue mogli. Andavamo a vedere una grande quantità di cautchiù che i guerriglieri volevano venderci. Non se ne fece nulla perché era tutto bruciato, ma facemmo finta che ci interessava altrimenti non uscivamo vivi di lì. La seconda volta andammo in aereo a Monrovia. Parlammo anche con Taylor al Parlamento per far uscire valigie piene di dollari che se ne andavano in Svizzera. La terza volta andammo in auto, passando dal Nord della Costa d'Avorio. Monrovia era piena di check point e la sera c'era il coprifuoco. Le auto camminavano senza gomme e non c'era la luce elettrica. Taylor era il padrone della Liberia dopo che avevano tentato di farlo fuori politicamente. Aveva scatenato una guerra civile con le etnie locali ed aveva messo il Paese a ferro e fuoco.



"È il primo ex capo di Stato ancora in vita condannato da un Tribunale internazionale per crimini di guerra dalla Seconda Guerra Mondiale. L’ultimo era stato Karl Dönitz , ammiraglio tedesco che guidò la Germania nazista dopo il suicidio di Adolf Hitler. Charles Taylor, 65 anni, presidente della Liberia dal 1997 al 2003, considerato uno dei più spietati dittatori dell’Africa, ieri è stato giudicato colpevole dalla Corte Penale dell’Aja per la Sierra Leone, che ha confermato in appello la pena a 50 anni di carcere. Taylor era stato condannato ad aprile 2012 per aver fornito assistenza finanziaria, materiale (armi e munizioni) e tattica ai ribelli del Ruf (Fronte rivoluzionario unito) nella guerra civile che tra il 1991 e il 2002 sconvolse la Sierra Leone. Era la guerra dei «diamanti insanguinati». Taylor voleva conquistare maggiore influenza nella zona e ritagliarsi la fetta più grossa di un commercio che fruttava milioni di dollari. Il prezzo da pagare aveva poca importanza: bambini soldati, villaggi saccheggiati e terrorizzati, stupri, mutilazioni, esecuzioni sommarie. Taylor accumula una fortuna, frequenta il jet set internazionale, incontra uomini d’affari e personaggi da copertina. Persino la top model Naomi Campbell che riceve, secondo l’attrice Mia Farrow, anche un set di diamanti in regalo. La modella sarà poi chiamata a testimoniare all’Aja anche se negherà sempre di sapere da chi venissero. «La condanna di Taylor rappresenta un momento storico per il popolo della Sierra Leone e dell’intera regione», ha commentato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che ha poi definito il giudizio di appello una «pietra miliare nella giustizia penale internazionale». Secondo Elise Keppler, attivista di Human Rights Watch, si tratta di «un messaggio forte a tutti gli alti ufficiali che in questi anni si sono macchiati di crimini gravi».  Sulla stessa linea Steven Rapp, ambasciatore per i crimini di guerra del dipartimento di Stato Usa ed ex procuratore del tribunale per la Sierra Leone. «La sentenza – ha detto - è un chiaro avvertimento ai dittatori di tutto il mondo: prima o poi arriva la resa dei conti». L’ex leader liberiano, che aveva studiato al Bentley College, negli Usa, e che poi, negli Anni 80, era stato addestrato alla guerriglia dal Colonnello Gheddafi, ha ascoltato impassibile la lettura del verdetto che lo condannava a vita in una carcere di massima sicurezza del Regno Unito. La difesa aveva provato a ottenere una riduzione di pena, cercando di dimostrare che Taylor, al momento della guerra in Sierra Leone, non era consapevole delle atrocità commesse dai ribelli del Ruf ai danni della popolazione. Per i giudici, però, «l’ex presidente è sempre stato complice, e per questo colpevole». La Corte ha inoltre sottolineato come «Taylor non abbia mai dimostrato rimorso per le sue azioni»". (da La Stampa.it)

La mia Africa. Nel regno degli Ashanti



La prima volta che arrivai in Ghana andai a dormire al King David Hotel, un piccolo albergo ad Accra di proprietà ebrea. Ci arrivai direttamente da Roma, in aereo. Come al solito, viaggiavo solo, ben lontano dalle rotte organizzate. Avevo con me un libricino per un minimo di guida, poi andavo a naso. Ci rimasi una diecina di giorni. Mi affittai una macchina con autista e mi feci un giro a vedere la fortezza degli schiavi, all'università di Capecoast, dal mio amico Fred a Winneba e a visitare qualche villaggio degli Ashanti, l'etnia dell'oro che aveva il suo centro nella nordica Koumasi, quando prima delle colonie occidentali e dello schiavismo qui era tutta Costa d'Avorio. Mangiavo nei chioschi improvvisati e nei ristorantini vuoti, dove si andavano a fare le provviste solo quando arrivava un cliente. Sempre roba cotta o frutta, e bevande imbottigliate. La coca-cola la trovavi dappertutto, anche nei villaggi isolati. E anche della buona birra fresca. A volte per mangiare potevi anche aspettare diverse ore: prima dovevano andare al mercato a fare la spesa, con i soldi che gli anticipavo, poi iniziavano a cucinare insieme a tutta la famiglia e una diecina di ragazzini gioiosi e, quando eri esausto e non avevi nemmeno più fame, finalmente il pranzo e la cena erano pronti. Ma qui non c'era fretta. Tutto era rallentato dalla carenza di cose, dal caldo, dalla mancanza di soldi. Anche se non per tutti. Chi ce li aveva, ne aveva tanti. Il Ghana, almeno quello che vedevo io, era un Paese dignotoso che cercava di trovare da solo una sua strada. C'era poca prostituzione, nessuno ti veniva a cercare per chiederti qualche soldo e si respirava una buona aria.
La seconda volta che ci andai, qualche anno dopo intorno al 2000, ci arrivai via terra, traversando dalla Costa d'Avorio con un pullman e qualche Peugeot-brousse. La frontiera tra i due Paesi, che sembrava più un mercato per la differenza di prezzi, ci fece perdere un'intera giornata in mezzo alla foresta. Non c'era mai la certezza di nulla, a meno di non avere tanti soldi un po' per tutti. Traversai poi Takoradi, importante porto per il trasporto del legno, fino alla capitale ghanese.
Mi ricordo di un italiano che commerciava nel legno e aveva una moglie ashanti bellissima di cui si era innamorato. Della facilità di avere rapporti di ogni tipo. Delle ricche colazioni all'hotel. Della musica ad alto volume e gli odori forti.
L'Africa mi piaceva. Mi sentivo a casa. Ma guai a rimanere senza soldi. Diventavi un falso bianco ed erano guai.