sabato 7 maggio 2011

La proprietà privata in Italia? Abolita e in mano alla burocrazia

Ormai in Italia non si vive più. Basta una piccola multa, dimenticata, un illecito amministrativo, un'infrazione a qualche codicillo della strada e della navigazione, è ti ritrovi senza casa, senza macchina o con il quinto dello stipendio, se ce l'hai, decurtato. In pratica, se hai delle proprietà, a volte indispensabili per la tua sopravvivenza e il tuo lavoro, uno stupido o troppo zelante funzionario delle tasse o dell'ordine pubblico può farti precipitare nelle infimi posizioni della scala sociale. Insomma, debiti, multe, abusivismo, non guardano in faccia a nessuno: se devi più di ottomila euro ti sequestrano qualsiasi bene e entri in un percorso kafkiano di burocrazia dove il più intelligente dei funzionari ha il cervello di un bambino di dieci anni e forse cerca di evitare la sua frustrazione accanendosi contro di te; se per caso hai bevuto un bicchiere di vino e ti fanno il test dell'alcol, ti levano la patente e poi passi mesi interi per poterla riavere, tra uffici, asl e sportelli, e magari tu guidando ci sfamavi la tua famiglia; se metti qualche cianfrusaglia per strada te la confiscano, anche se in tasca non hai un euro per mantenerti; se usi la tua auto contro le migliaia di regole della navigazione, uno zelante vigile ti blocca l'auto, magari facendosi una risatina o prodigandosi in una filippica sulla morale, o un poliziotto della finanza ti fa ottomila euro di multa. Insomma, da noi la proprietà privata non esiste più, appartiene alla gerit, alle tasse, ai poliziotti e ai vigili.

Real african child




mercoledì 4 maggio 2011

Ma io non ho niente da nascondere

"E' ancora polemica tra Julian Assange, fondatore di Wikileaks, e il social network più popolare del mondo, Facebook. In passato, Assange aveva dichiarato di non spiegarsi come Time avesse scelto come personaggio dell'anno Mark Zuckerberg 1, fondatore di FB, "un individuo che ha il merito di divulgare le vostre informazioni alle multinazionali". E in un'intervista rilasciata a Russia Today, torna sull'argomento: "Facebook è uno dei principali strumenti a disposizione dell'intelligence americana per spiare i cittadini. E' il più grande archivio di informazioni sulle persone, le loro relazioni, la loro posizione geografica, registrata scrupolosamente e a disposizione del governo degli Stati Uniti". Un'affermazione a cui Facebook risponde: "Non facciamo nulla che non sia obbligatorio fare per legge. Sono i codici che decidono come e quando un'azienda può e deve rilasciare informazioni riservate, e noi li rispettiamo". Una risposta che ammette implicitamente che, sotto richiesta legale, Facebook può effettivamente rilasciare informazioni sui propri utenti alle autorità. Certo sono dati che rimarrebbero secretati al pubblico, ma che le autorità possono richiedere all'interno di un'indagine. E che il social network in quel contesto dovrebbe necessariamente concedere.Assange ha ulteriormente chiarito la sua posizione, aggiungendo: "Tutti quelli che aggiungono amici su Facebook dovrebbero sapere che mentre lo fanno, stanno lavorando gratis per i servizi segreti degli Stati Uniti". L'azienda di Palo Alto replica che "non c'è mai stata un'occasione in cui le autorità hanno fatto pressioni su di noi per ottenere informazioni. E ogni volta che crediamo che il livello della richiesta sia insufficiente, respingiamo l'istanza". Un comportamento eticamente inappuntabile. Che però sottende che qualche informazione è stata concessa, quando opportunamente e motivatamente richiesta. Del resto Mark Zuckerberg ha ripetuto più volte che "L'era della privacy è finita". Vale anche per Wikileaks, che proprio depotenziando la segretezza di documenti riservati ha costruito il suo status di icona dell'informazione contemporanea. Ma per il momento, Zuckerberg è ancora l'uomo dell'anno per Time. E Assange è in inghilterra, accusato di molestie sessuali e in attesa di essere estradato in Svezia. Julian e Mark sono "Due facce della stessa medaglia", come ha scritto Time. E quando vince testa, inevitabilmente croce perde". (La Repubblica)